lunedì 19 maggio 2014

Isole

Da LP ci si imbarca all'alba sull'aereo verso Pakse. Si va dal Nord all’estremo Sud del paese. Andare in aereo era già deciso, ma dopo il felice viaggio da Oudomxay non c’è più alcun dubbio. Nessuno era in condizione di affrontare le 20 ore di bus del viaggio via terra.
Si comincia alle 6,30 con un viaggio in un tuk tuk che sta attaccato insieme con lo scotch e in molti punti la velocità è talmente folle che si potrebbe serenamente scendere al volo e sorpassarlo camminando normalmente. In aeroporto l'addetto al check in rifluita di emettere direttamente la carta di imbarco per la seconda tratta. Ci appiccica un adesivo che recita "in transito" sulla maglietta e capiamo che in Lao le cose vanno così. Una alla volta e senza spingere please. 
Atterriamo a Vientiane dove dobbiamo stazionare tre ore in attesa del prossimo volo. L'aeroporto di quella che è una capitale sembra una rimessa dell’armata rossa negli anni 50. Osceno. Ripartiamo e atterriamo a Pakse. Qui l'aeroporto è un po' migliore in compenso la città è inguardabile. Una via di mezzo tra una bidonville di Johannesburg e una città appena uscita dalla guerra. La via nella quale troviamo il nostro hotel è distrutta dai lavori per allargare la sede stradale e fare le fognature: un paesaggio di devastazione.
Nel tuk tuk dall'aeroporto c’era nel cassone un ragazzo curioso che con un verso gutturale ci faceva delle domande in una lingua sconosciuta. Quando gli dicevamo che non avevamo capito lui ci guardava un po’ sbalordito e poi con una scrollata di spalle faceva capire che quella espressione in inglese gli mancava. Il dialogo è andato così per tutti i 20 minuti di viaggio senza che fosse espresso un solo concetto.
Pakse non offre davvero nulla. E allora cosa ci siete andati a fare starete dicendo. Uff se siete impazienti. Godete il viaggio che tra un attimo e lo spiego.
Due cose rilevanti. Il bar vietnamita vicino all’hotel nel quale abbiamo consumato tutti i pasti (lasciando un sacco di soldi...ah, vero, dimenticavo, il Laos è parecchio più costoso della Thailandia per mangiare e anche del Vietnam). A dire che era vietnamita un po' il nostro intuito sottile un poco l’immagine di Ho Chi Min a campeggiare sulla parete.
La seconda è stata la diretta nella nostra camera di Juve-Cagliari che ha rappresentato un altisonante momento culturale di questo viaggio.

La mattina dopo, alle 8,30, si parte per le 4000 isole. Si chiama proprio così questo posto. In sostanza è un insieme numerosissimo di isole che sono sul tratto all’estremo sud del Lao verso la frontiera con Kampuchea (la Cambogia nella sua lingua). Qui il Mekong diviene largo fino a 14 km e le più grandi queste isole sono abitate. Subito dopo le isole il Mekong fa un salto di alcune decine di metri verso la pianura cambogiana e quindi non è più navigabile a causa di cascate e rapide.
Quindi il bus ti porta a Nagasan. In cui c’è il terminal dei traghetti per le due isole di Don Det e Don Khone. Dissociate la terminologia di terminal dei traghetti da tutto ciò cui siete abituati. Si tratta di uno slum di baracche in cui si vende di tutto e che finisce dritto nel Mekong. UN parete di terra ci conduce alle barche che possono portare in alcuni caso fino ad un massimo di 10 turisti ma spesso anche molti meno. Noi abbiamo scelto di andare a Don Khone e nella barca siamo in tre. Arriviamo dopo avere percorso un lungo tratto di acqua dove la vegetazione cresce lussurreggiante nelle diverse isole che incontriamo. Le mangrovie sorgono ovunque dall’acqua. Altissime palme dominano l’orizzonte. La situazione è meravigliosa.
Poi arriviamo. E la situazione è ancora meglio. Prendiamo subito alloggio sulla prima guesthouse appena scesi. Il prezzo di 3 euro a notte per la camera ci soddisfa. La sua ubicazione su palafitte sospese sulla riva del Mekong pure. L’amaca e le due sdraio poggiate davanti ci sembrano completare adeguatamente il tutto. Se devo decidere come immaginare il paradiso direi che ci siamo. Il posto lascia senza fiato. E noi ci lasciamo x cullare dalla lentezza e dal tempo che scorre lento come l’acqua del fiume. Adesso mentre scrivo le palme della riva di fronte mostrano il loro profilo sul rosso del tramonto. Un bimba di 12 anni sta cullando l sorellina su una amaca per addormentarla.
Ci sentiamo domani.

Nessun commento:

Posta un commento