mercoledì 14 maggio 2014

Arrivo in Lao

Anzitutto si chiama Lao nella loro lingua: cerchiamo di imparare. 
Da Chiang Mai giungere in Lao comporta un viaggio in bus fino a Chiang Khong. E questo abbiamo fatto per un 5 ore di spostamento totale. Si arriva in paese dove rifiutiamo l’offerta dei tuktuk che vogliono portarci al Lao border: abbiamo fame e vogliamo mangiare qualcosa prima. Consumato il solito rapido pasto a base di noodle in una modesta bottega locale (60 bath, un euro e mezzo scarso in due) andiamo in tuktuk al border dopo avere lungamente contrattato il viaggio. Voglio darvi un accenno delle formalità di frontiera.
Si sorpassa il controllo dell'immigrazione thailandese che ci fa il visto di uscita. Si prende un pullman che ci fa attraversare il fiume Mekong portandoci alla stazione di frontiera laotiana. Si fa il visto di ingresso in Lao muniti di quattrini e una foto. Ci si imbarca su un qualche tuktuk che possa portarci nella vicina città di Huay Xay da dove parte il barcone per Luang Pabang (i laotiani la chiamano così, senza la r).
Su questo mezzo succede una cosa che vale la pena di raccontare in quanto fuoriesce un tantino dai nostri schemi classici. Dividiamo il mezzo con una famiglia francese che era con noi nel pullman da chiang mai. Lei ha appena contrattato il prezzo con durezza e decisione dimostrando con lo smartphone e relativo google map che per i 4km previsti gli sta chiedendo troppo. Alta, altera, decisa e piena di energia. Il marito con una faccia da bravo boy scout intanto metteva su i bagagli e aiutava a salire i bambini. Ah, sì, bambini: tre bambini. Diciamo tra gli 8 e i 3 anni. Mentre ci spostiamo ci presentiamo e iniziamo a chiacchierare. Lei ci spiega che sono francesi, a nord di Marsiglia, nell’Ardeche. Ci chiede di noi. Poi ci chiede del nostro viaggio. Le spieghiamo che siamo appena partiti e le racconto il giro che intendiamo fare fino al rientro il 29 maggio. Non sembrano troppo colpiti. Le chiedo com’è viaggiare con i bimbi, se può essere problematico. Mi risponde immediatamente il primogenito che con un inglese molto migliore del mio (non che sia questo grande attestato) dice un po’ offeso, che non è per niente un problema. La mamma con dolcezza dice che la piccola Sofia di 3 anni a volte pianta un po’ di grane ma niente di rilevante. A quel punto chiediamo quale sia il loro giro. Viene fuori che sono in viaggio da settembre e che torneranno a casa a giugno. Voi avete letto bene e io ho scritto giusto: settembre-giugno.
Io ed Enrico tacciamo non sentendocela di fare più domande. La situazione si completa con la famiglia francese che scende precipitosa alla stazione dei bus per afferrare al volo un bus per Luang Namtha: altre 2/3 ore di pullman dopo avere fatto le precedenti 6. Noi due non saremmo mai riusciti.

Va beh. Huay Xay. Un po’ di guesthouse e hotel e locande per i turisti che prendono il long boat. Una pagoda in cima alla collina con una lunga scalinata che scende fino in paese. A metà della scalinata un turista vestito un poco rambo e con in mano un cannone fotografico degno del succitato. Trattavasi di dirigente di azienda sardo-piemontese (senzalavoro a causa della crisi) che dopo essersi meravigliato della presenza di due italiani in loco e averci svelato che il giorno dopo sarebbe andato alla Gibbon Experience (una roba sospesi in mezzo agli alberi a cercare di vedere i gibboni...scimmie) è scomparso a fotografare in giro.
Serata in una locanda gestita da una ong che si impegna per la promozione del ruolo delle donne. Non so se sono efficaci nella loro missione (sulle donne ci vengono le solite sensazioni dei paesi estremo orientali: onnipresenti nei ruoli più disparati; lavoratrici molto più dei maschi; estremamente timide e ritrose; ma con potere e privilegi molto limitati) ma di sicuro con il cibo ci sanno fare. Pochi piatti, semplici e assolutamente ottimi. Consiglio: se capitate fate sapere che vi lascio gli estremi.

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