venerdì 30 maggio 2014

Notazioni varie

Controllate l’acquisto (biciclette in particolare). 
Dopo svariate prove abbiamo concluso alcune nostre statistiche su come vadano noleggiati mezzi e acquisiti servizi in queste contrade. Partiamo dal mero dato statistico: noleggiate due bici a Luang Prabang, una di queste dopo un po’ rimane senza pedale costringendoci ad una sosta in una officina gestita da vietnamiti per ripristinare il tutto. Noleggiate due biciclette a Siem Reap una rivela una camera d’aria difettosa per la quale siamo costretti a due interventi di riparazione (4 toppe complessivamente) e 5 soste per gonfiarla. Arriviamo a Siem Reap con la ruota ovalizzata che non gira più, con un colpo di sole dal quale il sottoscritto si riprende dopo quasi due ore, e con un accumulo lattacido che verrà smaltito il alcuni giorni (pedalare una bici che cammina sul cerchione non è esattamente molto scorrevole).
Siamo però convinti che non si tratti di semplice incuria. No. Si tratta di una sottile strategia economica territoriale tesa a creare indotto e attività e servizi intorno alla prima vendita. Esempio: se le biciclette noleggiate a Siem Reap funzionassero bene, di cosa vivrebbero i circa 5/6 riparatori che é possibile trovare ad Angkor.
E le connessioni tra servizi differenti sono molteplici. Un esempio è la regola per la quale è impossibile qualunque noleggio di motocicli a Siem Reap in modo che sei costretto a prendere un tuk tuk con relativo driver. In tutto il resto della Cambogia si noleggia serenamente. A Battambang siamo stati in giro in moto per una giornata. Vedete come sono strategici e sistemici i ragazzi?


Lesioni di guida. 
Qualche rudimento di guida su strade del sud-est asiatico (aumenta o diminuisce la qualità delle strade ed il traffico ma le regole sono più o meno quelle). 
Anzitutto il clacson. È sicuramente la parte più importante del mezzo e va usato senza parsimonia. Ogni occasione è buona e utile per una decisa strombazzata e se per caso non ci sono motivi, suonate lo stesso che male non fa.
Immissione agli incroci. Le regole di immissione agli incroci sono semplici ma richiedono grande esercitazione e perizia. Il rischio è rimanere in attesa in mezzo alla strada per alcuni giorni. Si consideri che tra Laos e Cambogia sono presenti in tutto 8 incroci con semaforo e 5 rotatorie...
Quindi. Per immettersi verso destra semplicemente si procede senza guardare e si imbocca serenamente la nuova strada: sarà cura di chi arriva dalla strada principale evitare di venirvi addosso. Per immettersi a sinistra le regole sono simili. Immettersi con convinzione verso sinistra percorrendo contromano un tratto iniziale per cominciare progressivamente a spostarvi verso la giusta parte della carreggiata. Per immettersi di fronte traversando l’incrocio vale sempre la regola fondamentale di non mostrare alcuna incertezza. Si entra nell’incrocio a velocità moderata imponendo la propria presenza come un dato di fatto dal quale gli altri non possano prescindere. Procedere quindi con decisione fino ad avere completamente superato l’incrocio.
Se siete in Thailandia, rovesciate tutte le direzioni della spiegazione in quanto si guida a sinistra.
Riflessione politica. La cosa più importante e significativa lasciata dagli europei colonialisti è il lato di guida sulle strade. Consolante no?
Numero di passeggeri. Qualunque sia il veicolo in questione il numero di passeggeri autorizzati a salirvi è limitato esclusivamente dalla capacità in termini di volume e massa sostenibile da parte del mezzo stesso. Non ci sono cose complicate come il libretto di circolazione o simili amenità occidentaleggianti. Avete un barcone omologato per 15 persone ma riuscite a farcene stare 40 con relative merci? Allora quello è il numero giusto. Avete un motorino e siete capaci, con vari equilibrismi di tenerci 4 persone? Allora quello è il numero giusto. Etc.


Femmine e maschi dall’occidente
Questa cosa colpisce a forza di guardare i gruppo di occidentali che sono in giro. Anzitutto la statistica. O coppie maschio-femmina o gruppi di femmine. Gruppi maschili quasi non rilevati. Emerge che a far girare il turismo occidentale in queste contrade, sono più le donne che non gli uomini.
Ma lo sport più divertente è quello di osservare le coppie. 9 su 10 ti trovi la lei di turno che detta la linea e conduce ogni singola decisione e il lui che si sforza di starle dietro come meglio gli riesce. La cosa sembra più evidenti quanto più si scende nell’età della coppia. Siamo davvero preoccupati per le sorti progressive del maschio medio.


Femmine e maschi in estremo oriente. 
Girando il sud-est asiatico se c’è una cosa che colpisce è il ruolo della donna.
In qualche modo fa il paio con il paragrafo precedente e gli uomini non ne escono bene. Le donne svolgono un po’ tutti i lavori, dai più umili ai più rilevanti. In generale il turista incontra soprattutto donne. Sono quasi sempre loro che lavorano negli esercizi "alberghieri" e che quasi sempre li dirigono. Barretti, locande di strada, botteghe piccole e grandi vedono quasi sempre donne a servire e anche a dirigere e amministrare. Servizi di pulizia delle strade, attività varie sono tutte a larga maggioranza femminile. È frequentissimo trovare il maschio steso sull’amaca a riposare e intanto la donna sistema, custodisce, riassetta e simili.
Le donne danno la sensazione di essere coloro che amministrano i soldi. Molto spesso, anche nel caso di uomini molto attivi e presenti, quando giunge il momento di decidere un prezzo, di cambiare valuta, di dare del resto, allora tocca alla donna occuparsene.


Turismo sessuale
Una ultima notazione su questa ultima questione che credo ormai tristemente riguardi una fetta abbastanza cospicua del turismo internazionale. La destinazione sud-est asiatica si presta a questa tipologia di attività. Senza dubbio. Evitiamo di fare discorsi che tendiamo a dare per scontati rispetto alla dimensione etica o morale della questione. Solamente un paio di dati osservati sul campo, che ci è capitato di incontrare nella nostra limitata esperienza.
Il primo è l'uso dell'onomatopea bum-bum. Quando un maschio con fare complice e con occhio furbo vi si avvicina e un po' sottovoce vi offre bum-bum, non dovete pensare che vi stia offrendo una tequila da sbattere sul piano bar prima di berla; nemmeno che stia cercando di vendervi un tamburo; o magari dei petardi. Ecco, sappiate che se accettate e chiudete la trattativa, fate il vostro ingresso da clienti nel mercato delle prestazioni di meretricio. Sapevatelo.
Il secondo è l'osservazione delle "strane coppie". All'aeroporto di Bangkok avevamo le nostre brave 7 ore di attesa per il volo che ci doveva portare a Roma passando per l'amena Kuwait City (un suggerimento: evitate questo aeroporto. E' una botta mortale e insostenibile al vostro desiderio di esistere e anche a quello di conoscere nuovi posti e nuove genti) e quindi abbiamo potuto dedicarci a questo divertente sport. La conta delle "strane coppie". La strana coppia è quella formata da un maschio occidentale di età sopra ai 50, insieme ad una asiatica di età sotto ai 25. Ne abbiamo viste svariate e sempre provato ad immaginare come sarebbe stata divertente la vita della giovane asiatica insieme al datato occidentale in amene località. Tipo la carinissima thai che accompagnava un bianco con la maglia dello Swansea, pancia a birra, berretto della squadra, gambe rachitiche e bianchicce a x, tatuaggio da galeotto sul collo e le cicatrici di qualche zuffa malriuscita sul viso. Ecco: quella vita lì abbiamo provato a immaginarci...

martedì 27 maggio 2014

Barca e città che galleggiano

Partiti alle 7 in barca da Battambang è arrivati dopo 9 ore. Distrutti dal caldo e con il sedere quadrato. Ma davvero abbiamo visto una delle situazioni più straordinarie che possano capitare. Vi spiego.
Quello in barca da Battambang è proprio un servizio di trasporto locale: non si tratta di qualcuno di quei giri organizzati per turisti che abbondano da queste parti. La barca parte proprio dal centro della città e segue il corso del Sangker River verso est; poi si immette nel Tonle Sap (il grande lago al centro della Cambogia) ed infine giunge nel Siem Reap (il fiume che attraversa l’omonima città...i cambogiani non spiccano in quanto a originalità). Siamo più o meno equamente divisi tra turisti e indigeni. Quello che fa la differenza è il carico. Leggeri con uno zainetto i turisti. Carichi all’inverosimile i locali. Annoveriamo davvero di tutto. Così a caso: un motore nuovo per la barca, vari sacchi di riso, due scatoloni di olive, legname di varia foggia, un pollo vivo, sacchi di litchis, rambustan, papaya, mango, è svariate altre tipologie di frutta. Principalmente comunque cibi, ma non solo. Vabbè, del tutto ignari, immaginiamo che si tratti di cose che costoro si porteranno fino a Siem Reap per motivi che non ci riguardano.
Si parte. La prima ora procede a velocità appena sostenuta, mentre ai nostri fianchi scorrono i villaggi vicino Battambang. Poveri alloggi. Prevalentemente palafitte e baracche. Molta gente sul fiume, intenta alle più diverse attività. Farsi il bagno (l’acqua è la solita  melmosa marroncina poco raccomandabile acqua di queste lande), lavarsi i denti, riparare una barca, portare qualcosa verso la sponda, pescare, (ve l’ho raccontata quella del tizio a Siem Reap che l’altra sera immerso fino al collo in quest’acqua, tirava verso la sponda dei pesci prendendoli con le mani? No?) e quant’altro.
Altre due ore scorrono in maniera più lenta. Il fiume fa continue anse,  passano altre barche e bisogna rallentare e l’acqua è troppo poca. Il battello stracarico rischia costantemente di toccare il fondo. In due ore percorriamo un tratto minimo.
La quarta ora vede il fiume allargarsi un poco ma la portata rimane minima. Siamo all’inizio della stagione delle piogge. Ma finora è piovuto molto poco quindi i fiumi sono al minimo.
Oltre che allargarsi comincia ad apparire una vegetazione galleggiante che più avanti diventerà in alcuni tratti un vero e proprio tappeto verde coprente di ogni cosa.
A questo punto, come avveniva con i viaggi in corriera, ci si ferma. Si fa una lunga sosta nel corso della quale il pilota fa pranzo. La sosta avviene su una casa galleggiante nella quale è allestito una sorta di barretto di quelli che vanno per la maggiore nel
Sud est asiatico.
Si tratta di una delle prime abitazioni fluttuanti che incontriamo. Si tratta di baracche poggiate su una piattaforma galleggiante e quindi fluttuanti sul
fiume. Finora stavamo incontrando un altro tipo di dimore anfibie. Fatte con una lunga piattaforma in bambù e poi sopra due grandi "cavalletti" (per grandi intendo circa una decina di metri di lunghezza) sistemati a bilanciere che servono a calare reti per la pesca e ritirarle su senza un eccesso  di fatica.
Ripartiti dalla sosta inizia il vero spettacolo. In sostanza da questo momento inizia un unico lunghissimo villaggio galleggiante che dura per circa due ore del nostro viaggio. Dimore di differenti dimensioni le une accanto alle altre sulle due rive e quando il fiume si allarga anche più file. Per dimora si intende una baracca generalmente in legno o in bambù, con il tetto spesso in lamiera: il pavimento è in assi di legno e poggia su una piattaforma galleggiante. Non una palafitta come solitamente sono le costruzioni di queste contrade. Proprio galleggiante. Anche perché il livello dell’acqua cambia anche di molto a seconda della stagione.
Sono abitazioni familiari di 2/3 stanza, sono piccoli negozi, sono officine per la riparazione delle barche, sono case del popolo costruite ovunque (quindi anche qui) dai vari partiti e soprattutto dal Partito Popolare Cambogiano (che è quello al potere). Vita galleggiante. Normale e spettacolare vita galleggiante. 
E qui scopriamo anche come funziona il nostro battello. Ad uno ad uno i locali scendono, fino a quando non scompaiono tutti e rimaniamo solo noi turisti: cosa che avviene quando arriviamo al Tonle Sap. Ma il modo in cui scendono è ogni volta spettacolare. Per alcuni il battello attracca di fatto a casa loro e rimane attaccato finché lo scarico non è concluso. Per altri invece si avvicina una piroga a remi guidata da un qualche familiare (una volta un marito, un’altra una moglie, un’altra ancora due figli o qualcun altro). Ogni volta un lungo trasbordo nel quale oltre al passeggero scendono un gran numero di sacchi, scatole, contenitori e pezzi singoli. Ogni volta il personale del battello che si arrampica sopra la tettoia in plexiglas e ci cammina sopra la testa dando la sensazione che ci cadrà in braccio da un momento all’altro.
La situazione è talmente spettacolare, insolita, unica viene da dire, che dimentichiamo di essere su quel battello da 6/7 ore.
Poi improvvisamente le case galleggianti finiscono, le rive si distanziano e entriamo nel grande lago. Il Tonle Sap.
La navigazione del lago si conclude incontrando di nuovo una città galleggiante. Si tratta di quella alla foce del Siem Reap. Sarebbe quella famosa. Quella per la quale partono miriadi di escursioni giornaliere da Siem Reap che si trova a circa 30 km.
Imbocchiamo il fiume e mentre in traffico di barche aumenta a dismisura, l’acqua diminuisce sistematicamente. 
Poi improvvisamente tutto finisce. Arriviamo in quello che dovrebbe essere il nuovo porto fluviale di Siem Reap. Ma si tratta di un luogo assurdo. Avete presente lo spazio porto di Tatooine? (da me avrete sempre citazioni di alto livello culturale) ecco qualcosa di simile. Una infinita fila di barche. Lavori in corso ovunque. Sabbia che vola nell’aria spostata dai camion e dal movimento delle persone. Gente di ogni tipo e conciata in ogni modo ma soprattutto giappi e ciaini come piovesse. Subiamo il solito assalto di elloser, che offrono la loro disponibilità per portarci in tuk tuk in città. Offrono...il verbo è sbagliato. La barca sta ancora attraccando che ne sono già saliti a bordo una dozzina che ti urlano nelle orecchie e ti tirano per la maglia per dirti che se vuoi il miglior e più economico driver di tuk tuk è lui che devi scegliere.
Ma noi ritroviamo il nostro bell’addormentato (mr. WhyNot ci ha mandato il pick-up gratuito a riprendere i suoi due clienti preferiti). Al solito arriviamo in città quando gli altri avranno già fatto in tempo a fare doccia, cena, passeggiata e digestione, ma siamo contento così.

lunedì 26 maggio 2014

Battambang

Mattina presto. Ore 6 per l’esattezza. Il sonno sembra finito anche questa mattina. La sera si va a dormire anche molto presto perché non é che vi sia molto da fare. Da tre notti si dorme con il ventilatore acceso, altrimenti non si riuscirebbe.
Ci siamo spostati su Battambang un poco stanchi del circo di Siem Reap. Cercavamo un’immagine di Kampuchea più tranquilla da contrapporre alla caotica e occidentalizzata Siem Reap. Quest'ultima è infatti una cittadona che ruota tutta intorno al turismo per Angkor. La via centrale sia chiama Pub Street ed è il crocevia di qualunque commercio. Frequentata esclusivamente da turisti, potresti serenamente avere l’impressione di essere nella zona turistica di qualunque altra città del mondo. I prezzi anche ti trasportano altrove e triplicano rispetto all’offerta che si può ancora trovare intorno alle vie centrali. Ellósser con tono cantilenante viene lanciato in continuazione verso qualunque simil turista da ogni angolo e contenente ogni tipo di offerta. Se poi un maschio medio si sofferma o si trova anche solo a passare per pub Street le offerte diventano molteplici: dal banale viaggio in tuktuk, ad una prostituta, ad un po’ di haschisch. Il tutto velocissimamente in una onomatopea di suoni di cui a volte sfugge l’origine: tuktuk, bumbum, chokchok...
Ellómassassser (hallo massage sir per i meno svegli): la variante del richiamo delle massaggiatrici che attirano i clienti nelle proprie sale massaggi. La maggior parte normali saloni spesso in mezzo alla strada, in alcuni casi anticamera di postriboli e di massaggi che "evolvono" verso prestazioni più complesse. Occorre anche stare attenti a come si declina l’offerta perché si rischia una selva di improperi.
Ci trovate poi market e negozi altri assolutamente occidentali: se rimanete chiusi li dentro potreste serenamente pensare di trovarvi in un piccolo market della Sassonia o dell’Illinois. Insomma scompaiono anche tutti i prodotti locali e ritrovare i grandi marchi cui siete affezionati. 
Da questo circo siamo fuggiti. Volevamo chiudere il giro con un paio di giornate spese in una situazione un poco più vera. Battambang è una città che ha cambiato di mano infinite volte tra siamesi e kmer ed ha una pianta coloniale e delle costruzioni francesi. Niente di che. Non varrebbe il viaggio. Ed in generale la Cambogia non sembra offrire orizzonti di bellezza. Fatta eccezione per la straordinaria Angkor ovviamente. È fatta eccezione per il fatto che ne conosciamo poca. Credo che l’oriente offra grandi scorci di giungla ancora sufficientemente incontaminata e quindi probabilmente vale la pena di approfondire. Però...
Ieri sera quindi serata tranquilla il una cittadina che alle 21.30 vede tutti gli esercizi chiusi e le luci tutte spente. Si può solo andare a dormire. Oggi giro rurale. Si proverà a prendere una motoretta.

sabato 24 maggio 2014

Angkor

Siamo qui stesi sul letto che  cerchiamo di recuperare un poche delle forze perse in questi due giorni ad Angkor. E quindi intanto si approfitta per condividere qualcosa.
Anzitutto collochiamo bene l’oggetto di cui stiamo parlando. Angkor é un immenso bacino archeologico fatto di moltissimi differenti siti. Angkor Wat (quello del quale solitamente capita abbiamo visto qualche foto) è solamente uno di questi. Considerate che noi abbiamo visto 14 siti differenti in due giorni e che uno di questi (Angkor Thom) è un immenso spazio di circa 10 kmq che contiene almeno altri 3/4 importanti siti.
Questo dice qualcosa sul perché siamo così stanchi. Magari qualcosa la dice anche il fatto che oggi abbiamo deciso di muoverci solo a piedi e considerando che eravamo gli unici potrebbe essere un altro fattore.
Dunque, Angkor sorge dall’esigenza dei sovrani kmer di dare una dimostrazione della loro importanza tra gli inizi del 900 e il 1350. Gli edifici hanno carattere di celebrazione religiosa e vengono consacrati principalmente a Shiva poi via via che il buddismo prende piede si caratterizzano anche rispetto a questo culto. Sono ciascuno frutto della sete di prestigio di un sovrano o della necessità di modificare l’organizzazione territoriale in ragione di nuovi eventi. Ad esempio l’ultimo, Angkor Thom è la realizzazione di una città fortificata di circa un milione di abitanti dopo che i Cham avevano invaso e distrutto Angkor Wat.
Fine della storia. Approfondite con wikipedia. Anche suo siti vi dico poche cose. Più avanti pubblicherò le foto. Vi guardate quelle. Parlano più e meglio di me.

Commenti. Mancano le parole per rendere lo splendore di quanto visto. L’immensità. Il dettaglio. La bellezza. Gli strati sovrapposti. I significati. Anche l’insensatezza spesso.
Un particolare bellissimo è quando la natura partecipa allo spettacolo. Allora trovi alberi giganteschi che in sostanza sono intrecciati con le pietre. Allora segnate l’ultimo sito da noi visitato Tha Phrom: secondo noi quello più affascinante.
Angkor da sola vale il viaggio fino a questo angolo di mondo. Se poi ci aggiungete tutto il resto...

mercoledì 21 maggio 2014

Ancora isole

Vi ho lasciati con un tramonto in corso e una bambina di 12 anni a cullare la sorellina. Poi la bambina, nei due giorni seguenti si rivela anche cameriera dell’annesso ristorante e domestica della guesthouse che provvede ogni mattina a riassettare. Con una certa indolenza ma non molta di più di quella di ogni laotiano.
Le due isole hanno una precisa organizzazione per target. Don Det sballoni, Don Khone no. Nel senso che a Don Det si va se si ha voglia di fumare fino a farselo uscire dalle orecchie e darsi ad uno stile di vita "happy"... molto "happy". Con questa parola sono anche definiti ad esempio i piatti e le bevande che hanno un qualche "additivo". A Don Khone vanno invece i tranquilli; quelli che si accontentano di un semplice paradiso tropicale.
Noi siamo gente che si accontenta. Ma la maggior parte no. Infatti Don Det ha una quantità di turisti estremamente più ampia: chissà perché?
Da vedere concretamente e fotografare, direi solamente le cascate che si trovano nella parte ovest dell’isola e dove il Mekong comincia i suoi salti alla volta della Cambogia. Il resto è da assaporare, da respirare, da annusare. Qui siamo pochissimi turisti e se hai occhi puoi osservare di quanto poco vivano i locali. Il tutto con l'aggiunta di una natura pressoché incontaminata e di una maestosa bellezza. Di quanto molto semplice possa essere la vita sfrondandola di molti orpelli. Ma sono anche discorsi facili e superficiali da fare nella veste di turista tocca e fuggi. Quindi li evito e vi lascio una sola immagine che forse restituisce un po’ meglio anche il resto.
La scuola. La scuola primaria locale. Le scuole sono quasi ovunque l’edificio un po’ migliore. Fate conto quindi di avere un recinto scolastico nel quale sono contenuti tre diversi edifici riservati all’insegnamento e ai servizi. I bambini sono in ricreazione e giocano un po’ in giro ovunque (camicia bianca e longuette nera per le femmine camicia bianca e pantalone nero per i maschi che spesso hanno anche un fazzoletto rosso). In mezzo a tutto ciò un edificio diroccato e in rovina (probabilmente la vecchia scuola francese in quanto fatto con i mattoni) che è la base preferita dei loro giochi e della loro felicità. 
Quanto vorrei tenere quell’immagine per tutti quei nostri genitori sempre presi dai tremila problemi e questioni di sicurezza e di attenzione e di certificazione e di...
Quanto vorrei tenerla se pensassi che potesse servire a qualcosa.
La lezione che si impara è che in un mondo semplice anche l’efficienza è molto semplice. Ad esempio quella del nostro ostello che ad un prezzo ridicolo dice di venderci direttamente il biglietto per Pakse. Noi lo acquistiamo. All’ora prestabilita arriva la barca dritta dritta sotto casa, ci porta a Nagasang, dove c’è un autobus che ci attende e ci porta fino a Pakse. I nostri pochi spiccioli che scivolano dalla gestora al battelliere all’autista della corriera, il tutto in una semplice efficienza dimentica di qualunque sistema qualità.




lunedì 19 maggio 2014

Isole

Da LP ci si imbarca all'alba sull'aereo verso Pakse. Si va dal Nord all’estremo Sud del paese. Andare in aereo era già deciso, ma dopo il felice viaggio da Oudomxay non c’è più alcun dubbio. Nessuno era in condizione di affrontare le 20 ore di bus del viaggio via terra.
Si comincia alle 6,30 con un viaggio in un tuk tuk che sta attaccato insieme con lo scotch e in molti punti la velocità è talmente folle che si potrebbe serenamente scendere al volo e sorpassarlo camminando normalmente. In aeroporto l'addetto al check in rifluita di emettere direttamente la carta di imbarco per la seconda tratta. Ci appiccica un adesivo che recita "in transito" sulla maglietta e capiamo che in Lao le cose vanno così. Una alla volta e senza spingere please. 
Atterriamo a Vientiane dove dobbiamo stazionare tre ore in attesa del prossimo volo. L'aeroporto di quella che è una capitale sembra una rimessa dell’armata rossa negli anni 50. Osceno. Ripartiamo e atterriamo a Pakse. Qui l'aeroporto è un po' migliore in compenso la città è inguardabile. Una via di mezzo tra una bidonville di Johannesburg e una città appena uscita dalla guerra. La via nella quale troviamo il nostro hotel è distrutta dai lavori per allargare la sede stradale e fare le fognature: un paesaggio di devastazione.
Nel tuk tuk dall'aeroporto c’era nel cassone un ragazzo curioso che con un verso gutturale ci faceva delle domande in una lingua sconosciuta. Quando gli dicevamo che non avevamo capito lui ci guardava un po’ sbalordito e poi con una scrollata di spalle faceva capire che quella espressione in inglese gli mancava. Il dialogo è andato così per tutti i 20 minuti di viaggio senza che fosse espresso un solo concetto.
Pakse non offre davvero nulla. E allora cosa ci siete andati a fare starete dicendo. Uff se siete impazienti. Godete il viaggio che tra un attimo e lo spiego.
Due cose rilevanti. Il bar vietnamita vicino all’hotel nel quale abbiamo consumato tutti i pasti (lasciando un sacco di soldi...ah, vero, dimenticavo, il Laos è parecchio più costoso della Thailandia per mangiare e anche del Vietnam). A dire che era vietnamita un po' il nostro intuito sottile un poco l’immagine di Ho Chi Min a campeggiare sulla parete.
La seconda è stata la diretta nella nostra camera di Juve-Cagliari che ha rappresentato un altisonante momento culturale di questo viaggio.

La mattina dopo, alle 8,30, si parte per le 4000 isole. Si chiama proprio così questo posto. In sostanza è un insieme numerosissimo di isole che sono sul tratto all’estremo sud del Lao verso la frontiera con Kampuchea (la Cambogia nella sua lingua). Qui il Mekong diviene largo fino a 14 km e le più grandi queste isole sono abitate. Subito dopo le isole il Mekong fa un salto di alcune decine di metri verso la pianura cambogiana e quindi non è più navigabile a causa di cascate e rapide.
Quindi il bus ti porta a Nagasan. In cui c’è il terminal dei traghetti per le due isole di Don Det e Don Khone. Dissociate la terminologia di terminal dei traghetti da tutto ciò cui siete abituati. Si tratta di uno slum di baracche in cui si vende di tutto e che finisce dritto nel Mekong. UN parete di terra ci conduce alle barche che possono portare in alcuni caso fino ad un massimo di 10 turisti ma spesso anche molti meno. Noi abbiamo scelto di andare a Don Khone e nella barca siamo in tre. Arriviamo dopo avere percorso un lungo tratto di acqua dove la vegetazione cresce lussurreggiante nelle diverse isole che incontriamo. Le mangrovie sorgono ovunque dall’acqua. Altissime palme dominano l’orizzonte. La situazione è meravigliosa.
Poi arriviamo. E la situazione è ancora meglio. Prendiamo subito alloggio sulla prima guesthouse appena scesi. Il prezzo di 3 euro a notte per la camera ci soddisfa. La sua ubicazione su palafitte sospese sulla riva del Mekong pure. L’amaca e le due sdraio poggiate davanti ci sembrano completare adeguatamente il tutto. Se devo decidere come immaginare il paradiso direi che ci siamo. Il posto lascia senza fiato. E noi ci lasciamo x cullare dalla lentezza e dal tempo che scorre lento come l’acqua del fiume. Adesso mentre scrivo le palme della riva di fronte mostrano il loro profilo sul rosso del tramonto. Un bimba di 12 anni sta cullando l sorellina su una amaca per addormentarla.
Ci sentiamo domani.

sabato 17 maggio 2014

Luang Prabang

Siamo alla fine di tre giornate nell'antica capitale ed è ora di socializzare un resoconto.
Tre giornate programmate con lucida razionalità e fredda determinazione. La prima dedicata al centro città; la seconda alle lunghe escursioni fuori; la terza in bici fuori dal centro.
Una premessa. Luang Prabang è uno dei posti più belli che io abbia mai visitato: incantevole. 
Un'altra premessa: è un coacervo di opportunità, di sapori, di sensazioni, di sincretismi, di gusti, di livelli. Ognuno può trovarci il colore che gli piace perché li contiene tutti.
Ultima premessa: se conosci solo LP conosci però pochino del vero Laos.

Quindi. Primo giorno in giro per la città. Principalmente wat. Poi un primo rapporto con la cucina locale. Mercato. Prima dedicare in pensiero a tutte queste tre cose, collochiamo LP. 
La parte centrale della città è collocata in una specie di penisola stretta tra il Mekong e il suo affluente, che qui sfocia, il Nam Khong. Moltissimo verde. La collina di Si Phan Don che domina la città e la vallata e protegge la zona centrale. Molte costruzioni in stile coloniale spesso immerse tra gli alberi. 
I Wat dicevamo. Moltissimi e molto belli. Una quantità davvero enorme. Ma su questo magari potrete vedere le foto  per le quali ci sarà una specifica cartella. Invece parliamo di monaci. A LP tutte le mattine succede una cosa unica. I
Monaci escono all'alba in processione per le vie della città - un po’ tutte le vie - ogni singolo giorno. I fedeli sono sul marciapiede inginocchiati o seduti. I monaci, uno alla volta in fila indiana, passano di fronte ai fedeli aprendo una sporta che hanno a tracolla e il fedele mette un po’ di cibo nella sporta. Solitamente del riso glutinoso, ma anche altro. Tutto si conclude dopo circa mezz’ora in cui all’ennesimo passaggio viene fatta una preghiera e tutti si disperdono. Bello. E significativo. Una comunità che si prende carico dei suoi monaci. Poi quando vi parlavo di contrasti, pensavo a questa scena di grande forza spirituale e all’alone di povertà dei monaci, a come si coniuga con quell'assembramento che vedevamo ogni sera nella nostra passeggiata serale, in cui gruppi di giovani monaci sono intorno a smartphone e tablet a navigare, chattare commentare. Fa un po’ ridere, no?
Cibi. Si diceva tanti livelli. Trovi l’uno vicino all’altro il panzone danaroso americano che nell’hotel di charme o nel boutique hotel, il raffinato francesino che si spara la colazione nella french bakery o nel
biblio café, il giovane australiano zainato e con compagna crucca e biondissima che mangia nel ristorante carino sotto le palme ma rigorosamente cucina asiatica ed infine lo spagnolo sfattone che mangia direttamente da asporto nel vicolo del mercato. 
Segnalazione anche per il mercatino serale di LP. Tutte le sere. Prodotti locali. Bello. Molto.
Ultima roba riguarda il caldo. Una cosa così io non l'avevo mai sentita. L’effetto combinato di 38 gradi di media e una umidità altissima ti leva il fiato. Qualunque azione diventa complicata. Interessante notare come gli indigeni combattano contro il caldo. Rimedio 1. Non fare niente e se proprio devi fallo molto lentamente e se possibile all’ombra.
Rimedio 2. Ombrello. In queste contrade è molto più usato per ripararsi dal sole che dalla pioggia.
Rimedio 3. Felpa. Ebbene si, è successo spesso di vedere che mentre gli occidentali sono più nudi possibile, gli autoctoni si coprono anche con una felpa incappucciata. 
Io attualmente mi dibatto contro un raffreddore super, quindi magari hanno ragione loro.



venerdì 16 maggio 2014

To Luang Prabang

To Luang Prabang
Ok dovrei raccontarvi due giornate di viaggio in barca verso LP. Ma in qualche modo vi risparmierò tanta lungaggine per due buoni motivi: anzitutto che mi sembra finora di essere stato alquanto prolisso; poi... beh questo lo scoprirete leggendo. 
Si parte in barca dunque. Il viaggio si svolge seguendo per 7 ore la corrente del fiume. Nella prima parte abbiamo a sinistra la riva laotiana e a destra quella thailandese. Poi dopo un’ansa ci addentriamo nel territorio laotiano. Tutto scorre lentamente in un barcone stracarico di persone sistemate ovunque. I sederi sono poggiati su classici sedili di Ford transit semplicemente poggiati per terra. Gli zaini sono un po’ stivati sotto coperta un po’ sopra il tetto di lamiera dove gli autoctoni si muovono con scioltezza.
Il paesaggio alterna tratti di giungla e tratti di intere colline disboscate a forza di tagli e incendi. A essere onesti spazi di questo tipo prevalgono sui primi. Interi ettari di foresta tropicale distrutti. Centinaia di ettari. Migliaia credo. Il Mekong scorre placido e limaccioso (ho sempre sognato di avere l’occasione di usare questo aggettivo) intorno a noi. Il colore dell’acqua è di un bel marroncino fanghiglia. La larghezza da queste parti sarà un 2/300 metri.

Arriviamo così a Pak Beng. La tappa intermedia dove passeremo la notte. Ad attenderci sul molo i gestori di hotel e guest house che cercano clienti. Troviamo un ottimo hotel che per 10 dollari non ha nulla da invidiare ad un nostro 3stelle. Serata a rimpinzarci di cibo e birra (concludiamo un po' allegri) in un delle tante locande del posto. Seduti di fianco a noi la solita coppietta inglese che incontriamo da tre giorni.

Secondo giorno
LEZIONE IMPORTANTE:segnatevela. Se sono in un luogo dal quale esiste un solo mezzo per venire via è buona norma non perdere quel mezzo.
Segnatevela e rispettatela. Noi non l’abbiamo fatto.
La mattina dopo ci alziamo con calma, ci laviamo con calma, facciamo colazione con calma e perdiamo il traghetto con calma. 
Enrico da tutta la colpa a me, ma voi non credetegli. Ci troviamo ad essere gli unici occidentali in un posto improvvisamente vuoto nel quale l’unica attività è quella di attendere il passaggio del prossimo barcone nel pomeriggio.
Sono la 9,40 e non sappiamo come fare. Inizia una giornata che rimarrà sospesa fino in fondo tra la comica e la tragedia. Titolo: alla caccia di Luang Prabang.
Primo tentativo: andare con il fast boat. Dicasi fast boat una piroga a motore che i laotiani usano viaggiando a razzo muniti di casco e che tutte le guide sconsigliano di prendere in quanto pericolosa. Noi nella nostra disperazione siamo disposti a provare. Perdiamo quindi mezz’ora con il tipo dei biglietti che conoscendo tre parole di inglese in tutto più a gesti che a parole ci fa capire che non possiamo permettercela. Ci chiede 1 milione e 300mila kip che tradotto in euro significa 130 euro in due. Ci chiediamo se c'è la stia vendendo o noleggiando e quindi ci ritiriamo in buon ordine. 
Viene fuori che esiste un pullman che da Pak Beng porta a Oudomxay (udomsai per gli amici). Convinciamo un tuktuk a portarci alla stazione dei pullman. Nell’ordine: il tipo di carica controvoglia dopo averci fatto attendere 10 minuti impegnato a fare nulla; si fa dare qualche kip da quella che potrebbe essere la miglia e si ferma dopo due minuti a fare rifornimento; lo racconto perché l’area di servizio consiste in una tizia con un tavolino abordo strada nel quale sono poggiati una dozzina di fiaschi da 2 litri pieni di benzina; la stazione è una tettoia di legno con due panche fiancheggiata da due solite bancarelle di cibo dove due grigle arrostiscono la stessa carne per le seguenti due ore e mezze che passiamo li. Dentro una giovane soldato in divisa perfetta ma con delle improbabili ciabatte leopardate con tacco alto ci dice di metterci comodi e attendere mezzogiorno quando partirà il pullman. Ah, giusto, il pullman. Diciamo che risparmio la descrizione. Magari non ci credereste.

A questo punto appare necessario menzionare quanto tempo abbiamo dedicato a spiegarci con l'autista sugli orari. Dovevamo essere sicuri che una volta arrivati a oudomxay avremmo trovato la coincidenza per LP. Quella testa di minchia ci rassicura e cerca di spiegarci che lui arriverà alle 15,30 e avremo tempo e comunque aspettano sempre la coincidenza prima di partire e non sia mai che si lasciano a piedi degli onorevoli turisti occidentali (l’ultima l’ho inventata ma giuro che il tono sembrava quello). 
Il viaggio è significativo. Perché dura oltre 4 ore per fare 140 km. Perché attraversiamo quello che comprendiamo essere il Laos vero. Quello che la generalità dei turisti non vede.
Un Laos fatto di palafitte in legno o in giunchi e a volte ricoperte di lamiera. Fatto di bambini che si fanno in bagno nudi nel fiume. Di donne che fanno la doccia al pozzo vestite dei loro sari. Di bancarelle poverissime che mettono in vendita i poveri generi di questa terra. Di gente che si ripara dal sole sotto la palafitta per sottrarsi alla insostenibile canicola. Di scuole pulitissime e perfettamente costruite dove ragazzini in divisa arrivano e ripartono a piedi o in bicicletta. Di boschi distrutti ovunque e con piccoli focolai di incendi ancora in corso.
Questa scena è nuova. Tre ragazzotti buttati in mezzo a un campo fanno un cenno a distanza al bus e cominciano a correre. Una volta vicini spiegano all’autista che devono prendere una roba nella casa li vicino e di attenderli. L’autista ferma il bus davanti alla fazenda dove sembrano essere entrati e poi si attende una buona decina di minuti eh ricompaiano. L’autista chiama e suona a più riprese poi visto lo scarso esito si accende una sigaretta e attende paziente. Questo il senso del tempo quaggiù mentre noi meditiamo sulla nostra coincidenza per Luang prabang.
Poi. A 16 km da Oudomxay. Quando ci sentiamo arrivati. Ci fermiamo di fianco a una baracca sulla strada. La tipa che faceva la bigliettaia scende e si spupazza a e sbaciucchia quello che sembra essere il nipote o qualcosa di simile. L’autista scende e si fuma un paio di siga. I brillanti giovanotti di prima scendono e si comprano delle cose a caso. Un passeggero salito da poco si sdraia tra i sedili e si accende una siga direttamente nel bus. Risultato: perdiamo un altro quarto d’ora.
Volete sapere come va a finire? Che arriviamo alle 4,10 e lo slancio atletico di Enrico verso la biglietteria (mentre io recuperavo i bagagli, mica che non faccio niente) serve solo a capire che il pullman per LP è partito 10 minuti prima.
Bene. Non è tutto. Perché alle 18 ce n’è un altro. Si decide di prenderlo. Dice che ci metterà 5 ore. Sono 160 km. Magari si sbagliano pensiamo. Quindi compriamo il biglietto e ci mettiamo comodi in una stazione dove ci tengono d’occhio per capire cosa cavolo stiano a fare qui questi due occidentali.
Il pullman parte alle 18 per Vientiane passando per LP: il suo viaggio sarà di 15 ore. Un pullman che appena partito, subito dopo il bivio per LP trova un mucchio di ghiaia in mezzo alla strada che costringe ad entrare in una stazione di servizio. Lui non solo ci entra, ma si ferma anche a fare il pieno. Ma vi sembra una cosa normale? Era fermo da ore.
Da questo momento inizia una sorta di autocross su percorso sterrato. Una strada di montagna che sale tanto e scende poco piena di curve e controcurve nella quale l’asfalto ha da tempo ceduto il posto ad altri materiali. Giudichiamo che gli ultimi ad asfaltarla siano stati i francesi colonizzatori e poi sia stata lasciata morire così. La questione è che si tratta della strada principale di questa parte del Paese. La strada che collega la capitale a tutto il nord e poi alla Cina e alla parte nord del Vietnam. Boh. Cmq 4 ore più tardi mentre stiamo cominciando a rallegrarci perché siamo vicini alla meta, si entra in un villaggio più grande dove il pullman si ferma. Tutti scendono. L’autista scende e ordina da mangiare mettendosi seduto al tavolo insieme ai suoi colleghi.i passeggeri scendono a comprare cose e fare cena. Non capiamo. Chiediamo all'unico passeggero rimasto a bordo. Increduli. Siamo a 40 km scarsi dalla partenza. Lo abbiamo fatti in poco meno di 4 ore. Al memorabile ritmo di poco più di 10 km orari.
Non diciamo più una sola parola. Io dormo rassegnato fino all'arrivo a LP 20 minuti dopo la mezzanotte.



mercoledì 14 maggio 2014

Arrivo in Lao

Anzitutto si chiama Lao nella loro lingua: cerchiamo di imparare. 
Da Chiang Mai giungere in Lao comporta un viaggio in bus fino a Chiang Khong. E questo abbiamo fatto per un 5 ore di spostamento totale. Si arriva in paese dove rifiutiamo l’offerta dei tuktuk che vogliono portarci al Lao border: abbiamo fame e vogliamo mangiare qualcosa prima. Consumato il solito rapido pasto a base di noodle in una modesta bottega locale (60 bath, un euro e mezzo scarso in due) andiamo in tuktuk al border dopo avere lungamente contrattato il viaggio. Voglio darvi un accenno delle formalità di frontiera.
Si sorpassa il controllo dell'immigrazione thailandese che ci fa il visto di uscita. Si prende un pullman che ci fa attraversare il fiume Mekong portandoci alla stazione di frontiera laotiana. Si fa il visto di ingresso in Lao muniti di quattrini e una foto. Ci si imbarca su un qualche tuktuk che possa portarci nella vicina città di Huay Xay da dove parte il barcone per Luang Pabang (i laotiani la chiamano così, senza la r).
Su questo mezzo succede una cosa che vale la pena di raccontare in quanto fuoriesce un tantino dai nostri schemi classici. Dividiamo il mezzo con una famiglia francese che era con noi nel pullman da chiang mai. Lei ha appena contrattato il prezzo con durezza e decisione dimostrando con lo smartphone e relativo google map che per i 4km previsti gli sta chiedendo troppo. Alta, altera, decisa e piena di energia. Il marito con una faccia da bravo boy scout intanto metteva su i bagagli e aiutava a salire i bambini. Ah, sì, bambini: tre bambini. Diciamo tra gli 8 e i 3 anni. Mentre ci spostiamo ci presentiamo e iniziamo a chiacchierare. Lei ci spiega che sono francesi, a nord di Marsiglia, nell’Ardeche. Ci chiede di noi. Poi ci chiede del nostro viaggio. Le spieghiamo che siamo appena partiti e le racconto il giro che intendiamo fare fino al rientro il 29 maggio. Non sembrano troppo colpiti. Le chiedo com’è viaggiare con i bimbi, se può essere problematico. Mi risponde immediatamente il primogenito che con un inglese molto migliore del mio (non che sia questo grande attestato) dice un po’ offeso, che non è per niente un problema. La mamma con dolcezza dice che la piccola Sofia di 3 anni a volte pianta un po’ di grane ma niente di rilevante. A quel punto chiediamo quale sia il loro giro. Viene fuori che sono in viaggio da settembre e che torneranno a casa a giugno. Voi avete letto bene e io ho scritto giusto: settembre-giugno.
Io ed Enrico tacciamo non sentendocela di fare più domande. La situazione si completa con la famiglia francese che scende precipitosa alla stazione dei bus per afferrare al volo un bus per Luang Namtha: altre 2/3 ore di pullman dopo avere fatto le precedenti 6. Noi due non saremmo mai riusciti.

Va beh. Huay Xay. Un po’ di guesthouse e hotel e locande per i turisti che prendono il long boat. Una pagoda in cima alla collina con una lunga scalinata che scende fino in paese. A metà della scalinata un turista vestito un poco rambo e con in mano un cannone fotografico degno del succitato. Trattavasi di dirigente di azienda sardo-piemontese (senzalavoro a causa della crisi) che dopo essersi meravigliato della presenza di due italiani in loco e averci svelato che il giorno dopo sarebbe andato alla Gibbon Experience (una roba sospesi in mezzo agli alberi a cercare di vedere i gibboni...scimmie) è scomparso a fotografare in giro.
Serata in una locanda gestita da una ong che si impegna per la promozione del ruolo delle donne. Non so se sono efficaci nella loro missione (sulle donne ci vengono le solite sensazioni dei paesi estremo orientali: onnipresenti nei ruoli più disparati; lavoratrici molto più dei maschi; estremamente timide e ritrose; ma con potere e privilegi molto limitati) ma di sicuro con il cibo ci sanno fare. Pochi piatti, semplici e assolutamente ottimi. Consiglio: se capitate fate sapere che vi lascio gli estremi.

martedì 13 maggio 2014

Chiang Mai 2

La seconda puntata serve per raccontare la nostra giornata piena in questa ridente cittadina. Anche qui si va per riassunti.
I wat. Il nome del tempio buddista. Quella che noi chiamiamo pagoda. Ognuno differente e tutti un poco simili. 

Diffusissimi quanto e più delle nostre chiese. Ciascuno ha quantomeno un edificio centrale che è il vero e proprio tempio e nel quale si trova la statua del Buddha. In questo edificio si trovano gli strumenti per richiamare alla preghiera, 
diverse altre statue che possono spesso rappresentare illustri monaci che hanno vissuto in quel wat. Talmente verosimili che spesso ci siamo impauriti per la presenza di questi monaci immobili. Poi abbiamo concluso che non si trattasse di statue ma dei veri monaci impagliati dopo la morte. Vicino al tempio c'è il chedi o stupa. Una costruzione tesa verso l'alto che serve a simboleggiare il senso del tendere di tutte le anime verso l'elevazione. Poi si trovano appartamenti dei monaci e a volte altri spazi di culto o di istruzione dei giovani novizi. Un po' di foto le metto. La questione è che in alcuni casi si respira una vera sensazione mistica, spirituale. Ma spesso succede anche di sentire poca "poesia". Anche un tot di commercio. 
Da rilevare infine la scarsa attitudine conservativa di tutti questi popoli. Quando una cosa si rovina meglio rifarla nuova che restaurarla. Una sorta di scarsa propensione verso ok passato.

Il mercato domenicale. Stre-pi-to-so. La domenica pomeriggio dalle 17 alle 23 tutto il centro di chiang mai diventa un grande mercato a cielo aperto di grandissimo fascino. Direte voi: "cavolo stè quando stai a casa il mercato non lo sopporti". Vero, risponderò io, ma che c'entra? Io penso che non ci sia niente meglio di un mercato per capire come funziona un popolo. Per capire quali siano i suoi gusti e il modo di proporli. Beh in questo caso si parla di vie intere tappezzate di bancarelle di tutti i tipi. 

Km di bancarelle che propongono ogni cosa vi venga pensata, a condizione che sia in frutto del territorio e del lavoro locale. 


Anche insetti fritti come si vede di seguito.
E poi tanta di quella gente che non riesci a muoverti. Per ore e ore. Noi oltre a fare cena in strada provando un po' tutte le cose più strane, è comprato anche un paio di ciabatte a testa, ci siamo dati anche al massaggio, li in mezzo alla strada. Un'ora di tai massage per Enrico e mezz'ora di foot massage anche per me. Mi-ra-co-lo-so. Giuro che se dalle parti nostre trovo un massaggio di mezz'ora a 1,80 euro lo faccio tutti i giorni. 



Chiang Mai 1

Chiang Mai
Prima di tutto un buon resoconto di viaggio chiede di essere adeguatamente georeferenziato (piace la sofisticazione linguistica?). Chiang Mai si trova nel nord della Thailandia. Alla base di quello che fino a poco tempo fa era il triangolo d'oro (ora sostengono che la coltivazione del papavero sia tutta trasferita in Afganisthan). 
Un quadrato fortificato di mura non poderose ma comunque evidenti delimita la città vecchia. Era la capitale di Lanna, un regno che fino a 400 anni fa ha unificato i territori dell'Indocina del nord con una prevalenza culturale birmanica. Fine lezione di storia.
La città è un insieme di contraddizioni piacevolmente riunite in queste genti. Orrori edilizi fianco a fianco con wat (è il nome del tempio buddista) di assoluta bellezza ed armonia. Il senso della sacralità che porta alla proibizione di calzare le scarpe nello spazio sacro per poi usarlo come parcheggio per le auto o come mercato quando arriva la domenica. Il senso di povertà austera dei monaci buddisti e il loro tirare fuori il tablet o lo smartphone a più riprese. 
Tutti elementi che colpiscono e che ti portano velocemente a non meravigliarti più di nulla. Due/tre notazioni proviamo a restituirle.
Trasporti: si usano tuktuk e da una sorta di taxi collettivo sempre di colore rosso fuoco. Il tuktuk è un mezzo diffuso in tutta l'Asia (quindi molti di voi già sanno) che consiste in una moto 125 (più o meno) con attaccato una sorta di carretto. Proprio saldato insieme. Ne viene fuori un mototriciclo coperto dall'aspetto instabile ma molto piacevole per spostarsi specialmente quando intorno ci sono 40 gradi. Per guidarlo c'è uno specifico esame di arditezza e sprezzo del pericolo nel gettarsi in mezzo agli incroci. Se non lo passi niente licenza.
Il taxi collettivo invece è un pick-up chiuso di colore rosso acceso (almeno a chiang mai) nel cui cassone sono poste due panche laterali alle quali si siedono i malcapitati clienti. 
Cibi. Alcune parole chiave: strada; variabilità; prezzo. Strada sta per cibo di. Qui in sostanza di mangia in strada (come un po' ovunque in Asia). Ma non solo nel senso pugliese del termine; cioè di un gran numero di cibi da consumare un po' al volo mentre si cammina. E qui troviamo gli spiedini di qualunque cosa (incluse le uova infilate allo spiedo... in compagnia di maiale, pollo, manzo, verdure varie, ma anche pesce e calamari e gamberi e...); troviamo dei cartoccetti fatti con offline di banano con dentro uova di quaglia, frittatine, intingoli di verdure con salse super piccanti e altre simili amenità. Ma l'altro modo di mangiare in strada è quello di sedersi in uno degli innumerevoli banchetti improvvisati dove l'imprenditore gastronomico locale con due pentoloni collegati a una bombola volante e una griglia sempre accesa prepara i piatti più tipici e semplici della cucina locale. Tre sedie pieghevoli e un tavolinetto altrettanto precario sono tutto l'arredamento. Rimangono il luogo nel quale prevalentemente mangiano i locali ed i turisti un po' più hippy o anche un po' più veri. 
La varietà è estrema ma la preferenza dei locali sembra andare alle minestre anche asciutte, e sempre abbastanza piene di noodles (se non sapete cosa siano la cosa è un po' grave e va recuperata con una veloce gita presso un qualunque ristorante asiatico). Nella minestra galleggiano pezzi vari di carne e verdure oppure pesce. Questo ne fa volendo un piatto unico equilibrato e piacevole in quanto anche molto condito.
Sui prezzi dico una sola cosa. Prima sera a cena abbiamo preso una di queste abbondanti zuppe e un grande bicchiere di caffè con ghiaccio come bevanda. Costo 1,5 euro complessivi (60 bath thailandesi, così imparate come si chiama la valuta): serve aggiungere altro?




lunedì 12 maggio 2014

LAOS-CAMBOGIA I episodio

Pochi accenni riguardo ad uno spostamento che mi ha richiesto complessivamente circa 34 ore. 
Kuwait city. Abbiamo fatto scalo in questo brutto aeroporto di questa bruttissima città. Almeno vista dall'alto. Un groviglio di abitazioni circondate da pozzi e raffinerie. Anche la gente sembrava brutta. E si tratta di una notazione prettamente estetica. 
Poi l'arrivo a Bangkok. Dove si piomba nel pieno di una organizzazione svedese però a 40 gradi. Un addetto al servizio informazioni ci viene incontro appena nell'aerostazione e chiede se ci serve aiuto. Ci indica con precisione come raggiungere l'autobus per l'altro aeroporto dove dobbiamo prendere il volo interno per chiang mai. Di fronte al l'autobus troviamo comodamente schierata una commissione dell'azienda trasporti la quale ci chiede di vedere il boarding pass per il volo interno. Una volta provato che dobbiamo effettivamente andare a Don Muaeng (il nome del secondo aeroporto, così cominciate a imparare delle cose) ci fanno entrare nel bus, velocemente completano il carico, chiudono le porte e partono. Non vi siete accorti che nell'elenco manca un'azione? Così disattenti? Beh, si: non si paga. Il trasferimento tra i due aeroporti è offerto dallo stato. Vi è mai successo dalle parti nostre? Non voglio nemmeno dire in Italia, dico anche in europa. Beh a me no, mai.
Poi si arriva a chiang mai è capita una cosa simile. Direttamente mentre si ritirano i bagagli c'è l'ufficio taxi. Si paga un prezzo normalizzato, si prende un buono, si esce e trovi una paciosa tassista che ti conduce con calma alla macchina assegnata e ti porta alla tua destinazione. Efficienza svizzera e cortesia orientale messe insieme. 
Alla fine arrivi ad un ostello prenotato dall'Italia (16 euro due notti due persone) che sembra un angolo di woodstock trapiantato in estremo oriente. Palafitte in legno, bagni comuni, relax sotto le magnolie, musica, drink. Tutti occidentali ad alloggiare di cui la maggior parte stonati dalla connessione internet per cercare di stare collegati alle proprie cose.