martedì 15 febbraio 2011

Puerto Morelos - 15 febbraio

Eccoci giunti all'ultima puntata. Ieri niente wifi (poi magari capite anche perché) e quindi oggi due giornate da raccontare. Poi vi si lascia in pace per un bel po' di tempo. Ma ha fatto piacere condividere quanto osservato ed imparato in questo breve e veloce viaggio.

Cenote di Cuzumà
Se non siete mai stati da queste parti, ci sta di non sapere cosa sia un cenote. Si tratta di una cavità nel terreno, farcita di acqua che proviene da una falda acquifera sotterranea. La penisola yucateca è percorsa nel sottosuolo da fiumi sotterranei che poi in queste cavità affiorano vicino alla superficie. Si tratta della fonte di rifornimento di acqua che avevano a disposizione i maya; infatti tutti i siti maya ne hanno uno intorno al quale si sono edificati.
Questo di Cuzamà è una esperienza speciale unica e da sola vale il biglietto per venire da queste parti. Ieri mattina ci siamo mossi di buon'ora con il nostro maggiolone da Mérida alla volta di questo cenote. Dopo avere percorso molte scomode e tortuose strade piene di topas (i dossi di rallentamento che qui sono dieci volte più cattivi dei nostri e che vengono disseminati a bizeffe nei luoghi abitati rendendo impossibile attraversarli ad alta velocità) siamo giunti in un parcheggio sterrato, dove un anziano signore messicano con il baffo ci ha preso in consegna e caricato sopra un carretto, che era caricato sopra una rotaia, e che era trainato da un cavallo. Avete capito bene: una rotaia a cavallo. Venti minuti di percorso su questo carretto, con inclusi sobbalzi, curve cruente e deragliamento laddove il binario si era staccato dalla sua sede. Ma nessuna paura: si scende e il vecchio con le sue braccia risistema le ruote nei binari a scartamento ridottissimo. Alla fine il tipo si ferma e ci dice che siamo arrivati. Ci guardiamo intorno e non capiamo, finché non scorgiamo una sorta di scala che entra nel terreno all'altezza di una boca larga al massimo 3 metri. Una freccia conferma che il cenote sia proprio quello. Ci approssimiamo fingendo baldanza, ma in fondo l'idea di entrare in un buco nero un tot intimorisce. Dal buco scende una ripida scala di legno che ci accompagna per circa 10 metri, poi di fornte a noi si apre uno spettacolo favoloso. Uno specchio d'acqua che assume un colore blu cobalto e che vira verso l'azzurro laddove penetra il sole dalla superficie; nel soffitto stalattiti e liane che scendono dalle radici degli alberi. Il tempo di cambiarci e ci tuffiamo in uno dei più emozionanti bagni che si possano sperimentare. E' uno spettacolo unico, l'acqua limpidissma e della giusta temperatura, dolce e riposante e davvero accogliente. Anche questa, nella mia idea di paradiso trova il suo posto (dovrò parlare con il mio analista del fatto che associo sempre il paradiso all'acqua, ma magari è normale, è legato alle nostre origini). C'era anche una piattaforma di circa 3 metri di altezza per i tuffi e siccome dopo di noi sono giunti altri turisti, è scattata la gara con dimostrazione di carpiature e mortali rovesciati (all'inizio c'eravamo solo noi... pensate che spettacolo). Usciti da questa buca abbiamo stentato a far capire al messicano con baffo, nostro personale custode e conducente, che volevamo andarcene subito altrimenti non saremmo riusciti a vedere chitchen itza. Sì, perché in questo cenote ci sono tre grotte nelle quali fare il bagno, ed è speciale anche per questo. Lui ha capito talmente bene che ci ha portato al secondo buco. Ma dopo molte insistente finalmente il rientro al maggiolone. Un dettaglio sul rientro era l'incrocio con gli altri carretti che giungevano in senso contrario. Vigendo la regola che chi va ha la precedenza, con molta semplicità il nostro conducente nell'ordine: sganciava il cavallo, ci faceva cenno di scendere, spostava a forza il carretto fuori dai binari, lo rimetteva appena passato l'altro carretto, ci proponeva di risalire e riagganciato il cavallo ripartiva a tutta velocità. Facile no? Un tuffo nella fine 800. Tenetelo a mente perché tra poco ne riparliamo.

Chitchen Itza
Due sole parole per dovere di cronaca turistica. Il sito è imponente per dimensioni e per dettagli artistici e architettonici, ma gli manca la magia che si respira a Palenque e direi anche a Uxmal. Si segnala per un campo di pelota di dimensioni strepitose e perfettamente conservato. Si segnala, purtroppo, anche per le frotte di gringos che vi sbarcano da pulmann ipertecnologici e che con i loro grassi corpaccioni (ma quanto sono ciccioni gli americani?) lo percorrono in lungo e largo. Per fortuna è grande.

Valladolid
Ho scritto bene, non fate gli spieritosi. Molte città messicane hanno lo stesso nome di città spagnole. E' lì che siamo andati a dormire, ma ve la segnalo per il luogo nel quale ci siamo recati. Partiamo dal fatto che il il nostro trio era comunque sempre deciso a spendere il meno possibile. In questa località ci siamo imbattutti in Antonio Negro il venditore di biciclette. In sostanza il tipo ha una oficina (negozio) di biciclette e di articoli sportivi in genere (scelti con un criterio random potremmo dire, per non usare altre espressioni poco consone alla nostra proverbiale raffinatezza) si tratta di un omaccione con faccia scura e baffi bianchi che ti accoglie un po' burbero ma simpatico e che rapidamente giunge al dunque affidandoti ad un garzone (che potrebbe essere il figlio) affinché ti porti nel promesso super-alloggio a presso risibile. Il tutto viene fatto mentre rimane rigorosamente seduto nella sua sediona al centro dell'oficina. qualche fischio e qualche vociata per richiamare l'attenzione di chi deve mettere in atto i suoi ordini.
La stanza la raggiungiamo dopo un breve giro nel carro (la nostra auto) essendo essa dotata anche di estacionamento (parcheggio). Una cosa davvero raffinata direte voi. In realtà per farsi un'idea del posto dovreste o avere viaggiato almeno un po' in eritrea o aver letto sufficientemente a lungo alan ford. Quello il livello. Acqua calda, nemmeno per sbaglio. Ma la cosa da segnalare è che nell'ampissimo cortile erano stazionate un gran numero di stie stipate di pollame. A voi gente di città la cosa non sembrerà così rilevante. A noi che alle 5,30 siamo stati svegliati da un corso di almeno 4/5 galli che è continuato senza tregua finché alle 7,30 non siamo usciti, invece un po' rilevante lo è sembrato. Incerti di chi vuo dormire spendeno 6 euro.

Tulum
Mattinata nel sito maya di tulum. Il sito in sé non è niente da segnalare. Anzi piuttosto povero. Ma la questione è che si affaccia sul mar dei Caraibi. Ripeto: mar dei caraibi. Se qualcuno c'è stato sa di cosa sto parlando. Dal sito si può scendere in spiaggia, dove qualche centinaio di turisti scesi da cancun e luoghi limitrofi, si dibatte per conquistare il suo mezzo metro di spazio nell'acqua caraibica. Uno spettacolo avvilente. Ma si li lascia fare ai loro ritmi contingentati e poi nella nostra condizione di automuniti, non dobbiamo fare altro che allontanarci di nemmeno un km ed affacciarci nella più splendida delle spiagge e lasciarci andare in un paio di bagni di acqua e poi un po' di sole mentre si fanno commenti sui pochissimi turisti presenti. La sabbia è proprio quella bianca che scrivono sui cataloghi. E l'acqua è proprio quella smeraldo che scrivono sui cataloghi. E la vista del sito maya affacciato sul mare e le palme e gli iguana, beh... è tutto proprio come lo scrivono sui cataloghi.
Quando ci siamo stancati, via per il pranzo in spiaggia (quando dico in spiaggia intendo proprio con il tavolino e le sedie sulla spiaggia) a Playa del Carmen e poi giunti nel tardo pomeriggio a Puerto Morelos dove trascorriamo la nostra ultima notte. Infatti siamo riusciti nell'operazione di evitare completamente cancun (notate che la scrivo dispregiativamente minuscola?) nonostante ripartiamo da tale aeroporto. Noi in questa città gringa non ci mettiamo piede.
Ah... dettaglio... a Puerto Morelos abbiamo trovato l'Hostel Secreto che sembra disceso direttamente dagli anni 60 in piena verve figli dei fiori. Due piani di piccole stanze di bambù con un cortile esterno dove mancano solo un paio di capelloni a fumare il narghilè.

Contrasti
L'ultima nota sociologica. In tutto questo paese colpiscono i contrasti. Quello tra la fierezza messicana ed il desiderio di emulare gli statunitensi. Quello tra la dolcezza e la violenza che sembra affiorare nella loro cultura. Ma in questi due giorni la cosa è stata straziante. Due immagini sopra a qualunque altra. Il trenino trainato dai cavalli che sembrava un tuffo in pieno 800; i resort della riviera maya che sembrano dei fortilizi del 2500 dove ipertecnologici sistemi di sicurezza proteggono i turisti americani (ma anche europei e ricchi in genere) e li coccolano nelle loro necessità ed opportunità. Questa estrema povertà e semplicità, ma anche accoglienza e dignità da una parte, mentre dall'altra hai la percezione del senso di supponenza e separatezza assoluta dal resto del mondo, ipertecnologicamente sostenuta. La sensazione è che lo stato del Quintana Roo (la parte orientale della penisola yucateca) sia stato sostanzialmente appaltato agli americani e che siano questi a gestirlo. La presenza delle autorità messicana solo una necessaria copertura. Considerate che i cartelli sulla superstrada che da Tulum sale a cancun sono in massima parte in inglese.

Fine. Alla prossima.

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