martedì 15 febbraio 2011

Puerto Morelos - 15 febbraio

Eccoci giunti all'ultima puntata. Ieri niente wifi (poi magari capite anche perché) e quindi oggi due giornate da raccontare. Poi vi si lascia in pace per un bel po' di tempo. Ma ha fatto piacere condividere quanto osservato ed imparato in questo breve e veloce viaggio.

Cenote di Cuzumà
Se non siete mai stati da queste parti, ci sta di non sapere cosa sia un cenote. Si tratta di una cavità nel terreno, farcita di acqua che proviene da una falda acquifera sotterranea. La penisola yucateca è percorsa nel sottosuolo da fiumi sotterranei che poi in queste cavità affiorano vicino alla superficie. Si tratta della fonte di rifornimento di acqua che avevano a disposizione i maya; infatti tutti i siti maya ne hanno uno intorno al quale si sono edificati.
Questo di Cuzamà è una esperienza speciale unica e da sola vale il biglietto per venire da queste parti. Ieri mattina ci siamo mossi di buon'ora con il nostro maggiolone da Mérida alla volta di questo cenote. Dopo avere percorso molte scomode e tortuose strade piene di topas (i dossi di rallentamento che qui sono dieci volte più cattivi dei nostri e che vengono disseminati a bizeffe nei luoghi abitati rendendo impossibile attraversarli ad alta velocità) siamo giunti in un parcheggio sterrato, dove un anziano signore messicano con il baffo ci ha preso in consegna e caricato sopra un carretto, che era caricato sopra una rotaia, e che era trainato da un cavallo. Avete capito bene: una rotaia a cavallo. Venti minuti di percorso su questo carretto, con inclusi sobbalzi, curve cruente e deragliamento laddove il binario si era staccato dalla sua sede. Ma nessuna paura: si scende e il vecchio con le sue braccia risistema le ruote nei binari a scartamento ridottissimo. Alla fine il tipo si ferma e ci dice che siamo arrivati. Ci guardiamo intorno e non capiamo, finché non scorgiamo una sorta di scala che entra nel terreno all'altezza di una boca larga al massimo 3 metri. Una freccia conferma che il cenote sia proprio quello. Ci approssimiamo fingendo baldanza, ma in fondo l'idea di entrare in un buco nero un tot intimorisce. Dal buco scende una ripida scala di legno che ci accompagna per circa 10 metri, poi di fornte a noi si apre uno spettacolo favoloso. Uno specchio d'acqua che assume un colore blu cobalto e che vira verso l'azzurro laddove penetra il sole dalla superficie; nel soffitto stalattiti e liane che scendono dalle radici degli alberi. Il tempo di cambiarci e ci tuffiamo in uno dei più emozionanti bagni che si possano sperimentare. E' uno spettacolo unico, l'acqua limpidissma e della giusta temperatura, dolce e riposante e davvero accogliente. Anche questa, nella mia idea di paradiso trova il suo posto (dovrò parlare con il mio analista del fatto che associo sempre il paradiso all'acqua, ma magari è normale, è legato alle nostre origini). C'era anche una piattaforma di circa 3 metri di altezza per i tuffi e siccome dopo di noi sono giunti altri turisti, è scattata la gara con dimostrazione di carpiature e mortali rovesciati (all'inizio c'eravamo solo noi... pensate che spettacolo). Usciti da questa buca abbiamo stentato a far capire al messicano con baffo, nostro personale custode e conducente, che volevamo andarcene subito altrimenti non saremmo riusciti a vedere chitchen itza. Sì, perché in questo cenote ci sono tre grotte nelle quali fare il bagno, ed è speciale anche per questo. Lui ha capito talmente bene che ci ha portato al secondo buco. Ma dopo molte insistente finalmente il rientro al maggiolone. Un dettaglio sul rientro era l'incrocio con gli altri carretti che giungevano in senso contrario. Vigendo la regola che chi va ha la precedenza, con molta semplicità il nostro conducente nell'ordine: sganciava il cavallo, ci faceva cenno di scendere, spostava a forza il carretto fuori dai binari, lo rimetteva appena passato l'altro carretto, ci proponeva di risalire e riagganciato il cavallo ripartiva a tutta velocità. Facile no? Un tuffo nella fine 800. Tenetelo a mente perché tra poco ne riparliamo.

Chitchen Itza
Due sole parole per dovere di cronaca turistica. Il sito è imponente per dimensioni e per dettagli artistici e architettonici, ma gli manca la magia che si respira a Palenque e direi anche a Uxmal. Si segnala per un campo di pelota di dimensioni strepitose e perfettamente conservato. Si segnala, purtroppo, anche per le frotte di gringos che vi sbarcano da pulmann ipertecnologici e che con i loro grassi corpaccioni (ma quanto sono ciccioni gli americani?) lo percorrono in lungo e largo. Per fortuna è grande.

Valladolid
Ho scritto bene, non fate gli spieritosi. Molte città messicane hanno lo stesso nome di città spagnole. E' lì che siamo andati a dormire, ma ve la segnalo per il luogo nel quale ci siamo recati. Partiamo dal fatto che il il nostro trio era comunque sempre deciso a spendere il meno possibile. In questa località ci siamo imbattutti in Antonio Negro il venditore di biciclette. In sostanza il tipo ha una oficina (negozio) di biciclette e di articoli sportivi in genere (scelti con un criterio random potremmo dire, per non usare altre espressioni poco consone alla nostra proverbiale raffinatezza) si tratta di un omaccione con faccia scura e baffi bianchi che ti accoglie un po' burbero ma simpatico e che rapidamente giunge al dunque affidandoti ad un garzone (che potrebbe essere il figlio) affinché ti porti nel promesso super-alloggio a presso risibile. Il tutto viene fatto mentre rimane rigorosamente seduto nella sua sediona al centro dell'oficina. qualche fischio e qualche vociata per richiamare l'attenzione di chi deve mettere in atto i suoi ordini.
La stanza la raggiungiamo dopo un breve giro nel carro (la nostra auto) essendo essa dotata anche di estacionamento (parcheggio). Una cosa davvero raffinata direte voi. In realtà per farsi un'idea del posto dovreste o avere viaggiato almeno un po' in eritrea o aver letto sufficientemente a lungo alan ford. Quello il livello. Acqua calda, nemmeno per sbaglio. Ma la cosa da segnalare è che nell'ampissimo cortile erano stazionate un gran numero di stie stipate di pollame. A voi gente di città la cosa non sembrerà così rilevante. A noi che alle 5,30 siamo stati svegliati da un corso di almeno 4/5 galli che è continuato senza tregua finché alle 7,30 non siamo usciti, invece un po' rilevante lo è sembrato. Incerti di chi vuo dormire spendeno 6 euro.

Tulum
Mattinata nel sito maya di tulum. Il sito in sé non è niente da segnalare. Anzi piuttosto povero. Ma la questione è che si affaccia sul mar dei Caraibi. Ripeto: mar dei caraibi. Se qualcuno c'è stato sa di cosa sto parlando. Dal sito si può scendere in spiaggia, dove qualche centinaio di turisti scesi da cancun e luoghi limitrofi, si dibatte per conquistare il suo mezzo metro di spazio nell'acqua caraibica. Uno spettacolo avvilente. Ma si li lascia fare ai loro ritmi contingentati e poi nella nostra condizione di automuniti, non dobbiamo fare altro che allontanarci di nemmeno un km ed affacciarci nella più splendida delle spiagge e lasciarci andare in un paio di bagni di acqua e poi un po' di sole mentre si fanno commenti sui pochissimi turisti presenti. La sabbia è proprio quella bianca che scrivono sui cataloghi. E l'acqua è proprio quella smeraldo che scrivono sui cataloghi. E la vista del sito maya affacciato sul mare e le palme e gli iguana, beh... è tutto proprio come lo scrivono sui cataloghi.
Quando ci siamo stancati, via per il pranzo in spiaggia (quando dico in spiaggia intendo proprio con il tavolino e le sedie sulla spiaggia) a Playa del Carmen e poi giunti nel tardo pomeriggio a Puerto Morelos dove trascorriamo la nostra ultima notte. Infatti siamo riusciti nell'operazione di evitare completamente cancun (notate che la scrivo dispregiativamente minuscola?) nonostante ripartiamo da tale aeroporto. Noi in questa città gringa non ci mettiamo piede.
Ah... dettaglio... a Puerto Morelos abbiamo trovato l'Hostel Secreto che sembra disceso direttamente dagli anni 60 in piena verve figli dei fiori. Due piani di piccole stanze di bambù con un cortile esterno dove mancano solo un paio di capelloni a fumare il narghilè.

Contrasti
L'ultima nota sociologica. In tutto questo paese colpiscono i contrasti. Quello tra la fierezza messicana ed il desiderio di emulare gli statunitensi. Quello tra la dolcezza e la violenza che sembra affiorare nella loro cultura. Ma in questi due giorni la cosa è stata straziante. Due immagini sopra a qualunque altra. Il trenino trainato dai cavalli che sembrava un tuffo in pieno 800; i resort della riviera maya che sembrano dei fortilizi del 2500 dove ipertecnologici sistemi di sicurezza proteggono i turisti americani (ma anche europei e ricchi in genere) e li coccolano nelle loro necessità ed opportunità. Questa estrema povertà e semplicità, ma anche accoglienza e dignità da una parte, mentre dall'altra hai la percezione del senso di supponenza e separatezza assoluta dal resto del mondo, ipertecnologicamente sostenuta. La sensazione è che lo stato del Quintana Roo (la parte orientale della penisola yucateca) sia stato sostanzialmente appaltato agli americani e che siano questi a gestirlo. La presenza delle autorità messicana solo una necessaria copertura. Considerate che i cartelli sulla superstrada che da Tulum sale a cancun sono in massima parte in inglese.

Fine. Alla prossima.

domenica 13 febbraio 2011

Mérida - 13 febbraio

Mettetevi comodi, è saltata una giornata e occorre recuperare. Anzi: questa la organizziamo a paragrafi, così è possibile leggerla un po' alla volta.
Giornata agli scavi
La mattinata di ieri comincia molto presto. Alle 8 in punto parte la pulmetta per la Ruta Puuc e bisogna salire a bordo alla stazione di seconda classe che si trova una ventina di minuti a piedi dalla nostra dimora locale. Il tentativo è quello di realizzare una sorta di record. 5 siti maya in un solo giorno. Conclusione con i fuochi d'artificio a Uxmal, uno dei siti più famosi della civiltà Maya, considerato secondo solo a Chichen Itza.
L'avventura dimostra però subito alcuni intoppi che in qualche modo mettono a repentaglio i miti che avevamo costruito sui messicani in questi giorni. Anzitutto una partenza immotivatamente ritardata di una ventina di minuti. La cosa ci sorprende perché l'efficienza e la puntualità dei trasporti messicani finora era stata assoluta. A seguire, l'autista perde la strada due volte, concedendoci di ripercorrere più volte lo stesso tratto, regalare 30 buoni km di benzina, e una 30ina di minuti di ritardo sulla tabella di marcia. La sensazione è che al bivio l'autista avesso proprio chiuso gli occhi e non si fosse accorto di averlo saltato. Grazie anche al suo mutismo cominciano a girare nella pulmetta le più stravaganti leggende sulle occupazioni notturne del giovane, brillantinato e panzuto conducente: buttafuori in qualche night; gigolo per dame americane rapaci e insaziabili; spacciatore di ecstasy all'angolo del mercato centrale; portiere di notte in qualche albergo... (siete autorizzati a contribuire, tanto le nostre ipotesi avevano la stessa scientificità di quelle che potreste fare voi da lì). Nel frattempo c'era stato l'intermezzo di uno stop della polizia messicana che semplicemente chiedeva il pagamento di un pizzo. Benvenuti nel mondo della corruzione che ci dicono in questo paese trovi discreto spazio.
Alla fine giungiamo e comincia la prima sorpresa. L'accesso promesso dal servizio di informazioni a 5 pesos si rivela a 37. E così per ciascun sito. Al tutto si somma anche il sospetto che sia una piccola truffa. Troppo discordanti le informazioni. E anche troppo identici i biglietti, da cui la sensazione che ci stiano facendo pagare ogni volta un biglietto che andava comprato una sola volta. In ogni caso mettiamo in scena una forma di protesta durissima che sconvolge l'equilibrio del sistema di gestione archeologica dello Yucatan e della quale stentiamo a pensare che non vi sia giunta voce in Italia. Il solito controllo omertoso dei mezzi di comunicazione. In sostanza noi italiani non entriamo e restiamo fuori a chiacchierare, mentre gli inglesi entrano massicciamente (non è una barzelletta, nella pulmetta eravamo 6 italiani e 4 inglesi).
In ogni caso l'ultimo sito è la citata Uxmal. Due parole soltanto per dire che è stre-pi-to-so. Davvero bello. Il complesso archelogico, rispetto a Palenque perde quella magia data dalla presenza della giungla, ma dimostra una vastità e una complessità davvero interessanti, con molti edifici di assoluta bellezza. Da vedere.

Al Mercato
Nel tardo pomeriggio ci rechiamo al mercato. Adesso io proverò a descrivervi questa cosa, ma si tratta di un insieme di sensazioni, di odori, di suoni che non possono essere veramente raccontati. Solamenta chi abbia provato almeno una volta l'esperienza di entrare in un mercato di una città del Sud del mondo, riesce ad avere quella percezione. Ma comunque proviamo ad entrarci.
Anzitutto provate a ricordare il vecchio mercato coperto di quando eravate piccoli. Pensate a quella situazione, a quei suoni e a quegli odori. A come tutto venisse amplificato dallo spazio chiuso e dalla molta gente. E anche da una sorta di maggiore... contaminazione, vicinanza, umanità verrebbe da dire. Ecco adesso prendete quell'ambiente e amplificatene lo spazio almeno per 10. Fatto? Questo era il primo passaggio. Ora prendete quegli spazi nei quali si trovavano i venditori e stringeteli, facendoli diventare circa 2 metri di larghezza per due di profondità: avete presente? Chiudeteli tutti, ciascuno di essi, dentro un box come se fosse un mininegozio. Poi appiccicateli tutti. Uno attaccato all'altro. Poi metteteli tutti in fila e distanziate le file di non più di 2 metri l'una dall'altra. Il risultato saranno delle corsie di circa un centinaio di metri alle quali si affacciano circa una cinquantina di box per lato; ma il fatto è che di queste corsie ce ne sono così tante che uno decide di non contarle. E che in mezzo a queste corsie c'è pieno di gente. E che dentro questi box si vende qualunque cose vi venga in mente. E che questa gente stia parlando, contrattando, arrabbiandosi, ridendo, accennando, chiedendo. E che molti di questi box abbiano la musica a volume mai basso. Poi provate ad immaginare la zona delle carni. 10 file di banconi ricoperti da piastrelle bianche (ciascun bancone una trentina di metri circa), dove ogni due metri si alterna un nuovo negoziante e dove fanno sfoggio di sé tutte le tipologie di carne che si mangiano da queste parti. E immaginate la zona della frutta dove il colore del mango e quello della papaya e quello del melone e quello delle arance e tutti gli altri permettono di creare un effetto arcobaleno quasi psichedelico. Ecco. Questa descrizione credo che renda una percentuale infinitesima delle sensazioni di un mercato di questa città. Sensazione che da sole (non credo di esagerare) valgono il biglietto per un viaggio in un paese del sud fatto veramente con la voglia di conoscere e non con quella di chiudersi in qualche occidentale resort a prendere la tintarella.
Ma l'altra cosa che colpisce è il contrasto. Il mercato si trova a 3 o 4 quadre (isolati) dalla piazza centrale. In quel brevissimo spazio si passa da una assoluta immersione nel sud ad una situazione molto occidentale con burger king, ristoranti per turisti, situazioni molto pulite e organizzate e insomma una dimensione molto nord. 3 isolati, due mondi. Impressionante.

Il Maggiolone
Oggi è stato il giorno nel quale si è deciso che avevamo concluso le nostre esperienze con i trasporti locali e che saremmo passati all'automobile. Esigenze di praticità e tempi stretti ce lo imponevano. Ci siamo quindi recati presso l'agenzia in calle 60 che avevamo individuato nei giorni scorsi (ah... breve nota... qui le vie vanno a numeri, tipo New York, è un reticolato perpendicolare, le vie pari in direzione nord/sud e le dispari in direzione est/ovest... ad esempio noi viviamo sulla 68 incrocio 53). L'agenzia era aperta ma il tipo era forse a fare una ampio desayuno (colazione) domenicale. È che ci intestardivamo con lui a causa del prezzo imbattibile che ci offriva. Ma alla fine, stanchi di attendere ci siamo rivolti a quello immediatamente vicino la cui insegna recitava "i migliori prezzi del mondo". Effettivamente il tipo di ha offerto un prezzo ancora più basso che corrisponde ad un ribasso di almeno il 30% rispetto al prezzo più economico dei suoi concorrenti. Alla nostra richiesta di un'auto la risposta è stata "ho un maggiolone, solo quello". A quel punto, con il professore emozionato dall'economicità dell'offerta e simone emozionato quasi eroticamente dall'idea di guidare un maggiolone, non si poteva che accettare. Alle nostre normali domande del tipo: "ma quando la andiamo a consegnare all'aeroporto di Cancun, quale è lo spazio o l'ufficio al quale la dobbiamo riconsegnare?" il tipo rispondeva tutto meravigliato che un qualche suo compare si sarebbe fatto trovare al terminal alle 6 del mattino, quando noi saremmo giunti, "ma di quali uffici andate cianciando?". Oppure la nostra autodenuncia, "ma non abbiamo patente internazionale", che lo sbalordiva per la sua ingenuità e non comprensione di come funzionino le cose da queste parti. Insomma, piccoli esempi di scarsa comprensione culturale. In ogni caso, due parole sul maggiolone in questione (magari più avanti alleghiamo foto): la ruota posteriore dx è differente dalle altre; il sedile di guida è semovente; la retro capricciosa; la molla dell'acceleratore tende a incantarsi, ma magari con un colpo di punta quando si lascia il pedale, non ci si fa caso; il parafango sopra la ruota in questione è stato ricostruito ed è di un colore differente; il consumo esorbitante... il serbatoio è passato da ¾ a riserva in una gita di circa 70 km. O ha il serbatorio di un Ciao, oppure consuma come una Ferrari. Probabilmente entrambe le cose. Ah.. ultimi dettagli nostralgici: ma voi ve la ricordavate una macchina con i diflettori? Io non mi ricordavo nemmeno come si chiamassero. E con il portabagagli davanti? Per me era dal tempo della 500 di papà.

Dal Cenotes all'Oceano
Comunque l'automezzo ci ha portato a vedere il sito maya dall'impromunciabile nome di Dzibilchaltùn (che noi alternavamo tra zibilcialtrùn e zimilbumbum). Il sito non vale la visita. Si segnala per ampiezza, ma non c'è niente di particolare, se non un tempietto sistemato in direzione est/ovest perfetta in modo che l'alba degli equinozi veda il sole perfettamente allineato con le sue due aperture). Dentro il sito c'è però un cenote. Il nostro primo contatto con questa bella creatura. Trattasi in sostanza di un buco nella terra di ampiezza variabile e profondità altrettanto variabile, però pieno di acqua proveniente da una falda sotterranea. Questo di zimilbumbum avrà un diametro di una ventina di metri e una profondità di quaranta circa. I maya ne facevano due usi differenti: uno verso l'alto, in quanto ne traevano l'acqua; uno verso il basso, in quanto ci buttavano sacrifici votivi, fatti di vari materiali tra cui anche persone. Paese che vai usanza che trovi. Noi abbiamo preferito usarlo per un banale bagno. Piacevolissimo e divertente. Acqua della giusta temperatura e che lasciava quella sensazione di relax e pulizia che solo l'acqua dolce e fresca riesce a dare. Da qui è scattata allora l'operazione raddoppio. Abbiamo temerariamente diretto il maggiolone verso Progreso, città che si affaccia sull'oceano con chiare velleità di balneazione. Unicamente appena arrivati ci siamo lasciati deviare, considerando anche l'ora particolamente indicata, dal un ristorantino sul lungomare che sembrava promettere davvero bene. Zuppa de pescado, cebiche di polpo (cebiche o ceviche è il nome di un piatto molto apprezzato in tutta l'america latina, che consiste in pesce o molluschi o simili, crudi, fatti marinare nel lime e conditi in vario modo, ma qui in messico, con pezzettini di cipolla, peperone e accenni di pomodoro... devo anche spiegare quanto possa essere buono?), pescado alla plancha, e per finire un pescione fritto: ecco i durissimi ostacoli che abbiamo dovuto superare prima di poter affrontare la spiaggia. Ma a quel punto eravamo troppo sfiniti da quella dura lotta e un vento fortissimo accompagnato da un sole che andava e veniva, hanno fiaccato le nostre ultime e flebili risorse a fatto propendere per una pennichella sulla spiaggia.

La festa in piazza
Pensavo di finire qui. Invece anche questa va raccontata. Perché è veramente un'idea di socialità e di divertimento diversa. La domenica sera nella piazza centrale di Mèrida si fa festa. Punto. Semplice no? Però questo significa che nella piazza (che dovete immaginarla come una quadrato davvero molto ampio, con un centro fatto di una sorta di giardino e quattro grandi strade intorno, tutte pedonalizzate nel corso dell'intera domenica) ci sono nell'ordine: un gruppo musicale su un enorme palco che spara a tutto volume musica latina con centinaia di persone a ballare; un gruppo di percussionisti su un un altro angolo che fanno una loro perfomance; il solito clown con i suoi numeri nella zona centrale; alcuni ragazzi che si divertono tra loro dando dimostrazione di una sorta di break dance; poi decine (non esagero) di minibotteghini (saranno un metro di larghezza) sparsi per tutta la zona centrale; poi una trentina di chioschi che vendono le più svariate cibarie da asporto. Farcite il tutto con diverse migliaia di persone e avrete un'idea della situazione. E sembrano stare bene. Quasi incomprensibile vero? Un dettaglio è importante saperlo: loro hanno un concetto diverso della domenica. Il sabato lavorano fino a tardi, non hanno questa nostra idea occidentale di fine settimana. Però per loro la domenica è talmente importante e sacra e tutta da vivere in festa, ch il lunedì mattina non si lavora, non si va nemmeno a scuola. Ci si riposa dai bagordi. Pronti a ripartire per una settimana da tirare di nuovo fino al sabato tardo (qui i negozi sono sempre serenamente aperti fino alle 9/10 di sera, sabato incluido).

venerdì 11 febbraio 2011

Mèrida - 12 febbraio ore 22

Come al solito si va a letto abbastanza presto. La giornata è stata dedicata al turismo cittadino. Mattinata a Campeche e tardo pomeriggio, serata a Mèrida. Due esempi di città coloniali, storiche, create dagli spagnoli e cresciute per la loro storia di traffici e scambi verso l'Europa. La prima è capitale dello stato omonimo (il Messico è una repubblica federale) ed è stata dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Un reticolato regolare di vie a scacchiera, che invece del nome hanno un numero (numeri pari orizzontali e dispari verticali), un po' in stile coloniale; costruzioni basse e in stile coloniale spagnolo; una plaza centrale in stile coloniale; una cinta fortificata che protegge tutto il centro, in stile... (chi indovina, 15 punti). La cinta muraria è stata eretta dopo che per quasi duecento anni la città era stata saccheggiata e la gente massacrata periodicamente dai pirati (Campeche si affaccia dritta dritta sul golfo del Messico). Sembra che alla fine si siano un poco seccati di questa dinamica e abbiano deciso che fortificare la città fosse la soluzione. Potete immaginare abbastanza bene il luogo, provando a ricordare qualcuno dei film di pirati che avete sicuramente visto e ne avrete una immagine abbastanza vicina alla realtà. Carina, ma non memorabile dal nostro punto di vista (anche se la comitiva mostrava differenze di giudizio),
Mèrida molto più cittadona, è la capitale dello stato dello Yucatan. Diciamo che è la più antica città di questa penisola e una delle più antiche dell'intera america latina. Il suo inizio data 1542 quando tal Montejo ha occupato la città Maya di T'ho, ha provveduto a massacrarne la popolazione, ha spianato templi e quant'altro i maya avessero sbatamente costruito in un suolo che non rispondeva alla sua pianificazione urbanistica, ha utilizzato il materiale edilizio così messo a disposizione per costruire cattedrale e edifici di ispirazione cristiana. Il risultato è che Mèrida è un importante centro culturale, commerciale, industriale e soprattutto turistico (infatti eccoci qui). Uno snodo ottimo per alloggiare e da qui organizzare gite in giornata verso i luoghi di maggiore interesse turistico che qui intorno davvero non mancano.
Una veloce riflessione. Riguarda Mèrida. Siamo rimasti colpiti dalla dimensione "pubblica" di questa città, che avevamo già respirato altrove, ma che qui è stata particolarmente evidente. Il palazzo del governo statale e quelli municipali completamente aperti al pubblico e alla visita di chiunque volesse, ma anche in piena attività, con una forte sensazione di essere a disposizione. Cosa c'è di strano? Boh, magari il fatto che quando li abbiamo visitati erano le 18 del venerdì e che dopocena erano ancora aperti. Ecco, magari questa dimensione, pensando ai nostri spazi pubblici, un po' colpisce. Colpisce come il vedere il giardino della plaza grande con le prese a terra per i pc e il wifi aperto a tutti: le panchine piene di turisti con il laptop a scrivere stupidate, proprio come stiamo facendo noi. Stessa scena vista nella piazza di Ocosingo, un paesotto di 8mila chapategni che alle porte della sierra lacandona vedeva nella piazza dei bravi ragazzotti locali che con il loro bravo portatile erano lì che smanettavano allegramente. Magari anche questo un modo per rendere uno spazio più vivo?

Due parole da dedicare allo spostamento odierno Campeche-Mèrida. Pullman di prima classe. Lo abbiamo fatto solo per voi. Noi lo avremmo assolutamente evitato, ma come potevamo non completare la documentazione sui mezzi di trasporto locali? Magari un po' può avere contribuito anche il fatto che con la prima avremmo impiegato due ore mentre con la seconda quattro e mezzo (fa proprio un'altra strada), ma credeteci, questo è stato del tutto secondario. Il viaggio in prima comporta: sale di attesa climatizzate; check in del bagaglio che viene classificato quando va nel vano portabagagli; sedili molto distanti e larghi, che consentono comodamente di allungare le gambe; climatizzazione (indossare una felpa è decisamente raccomandabile); visione di film (la cosa migliore del film è che così non mandano la loro musica similjulioiglesias)... Insomma, diciamo che si tratta di un a cosa da ricchi, a prezzi da ricchi.
Diciamo che per oggi può bastare. La prossima sarà una puntata dedicata al cibo. Preparatevi.
Intanto domani gita alla ruta puuc, vale a dire 5 siti maya in 8 ore; una sbornia. Dopodomani probabilmente si smette di fare quelli che girano con mezzi pubblici e si dà il nostro opportuno contributo all'effetto serra noleggiando un'auto. Elasticità di percorsi e tempi stretti lo richiedono. Ma vedremo, di qui a dopodomani c'è molto tempo ancora. A proposito: qui la benza è 0,60 centesimi al litro. Riportiamo qualche tanica?

Giornata di Palenque... le fote




Campeche - 11 febbraio

13 km a nord-ovest di Escarcega – 20,35 del 10 febbraio
Edizione speciale del blog. Anzitutto georeferenziamoci: siamo nella campagna vicino Escarcega all'ora di cena di giovedì sera. Il pullman di seconda classe che abbiamo beccato al volo venti minuti fa arrivando da Palenque, si è inopinatamente bloccato in mezzo al nulla. Notte completa. Unico elemento positivo è che si è spenta anche la musica: la sensazione del silenzio con le cicale in sottofondo è un suono splendido rispetto alla solita musica sdolcinata ed ormai insopportabile che i messicani ascoltano senza sosta a volume altissimo. Avete presente essere bombardati 24 ore al giorno da Julio Iglesias in versione molto peggiorata? Considerate che quando arriva Ramazzotti è quasi un momento piacevole ed avrete chiaro come ci siano gli estremi per un denuncia per tortura al tribunale internazionale dell'Aja.
Ma forse è utile narrare l'antefatto (come siamo giunti qui). Ci siamo imbarcati in questo complicato traferimento a Palenque alle ore 16,30, intimoriti dalla qualità del pullman che ci avrebbe portati fino al crocevia di Escarcega. I quarantenni possono provare a ricordare le vecchie corriere di Pasquarè delle gite scolastiche; ma anche così sono ben lontani dalla realtà. Parabrezza opportunamente scheggiato (qui se non hai il parabrezza frantumato non sei nessuno), sedili con rivestimento in un velluto consunto e oleoso, vello di lana sul retro, tendine ai vetri tenute cvon lo spago, cofano motore tenuto aperto durante la marcia con una leva di ferro, e soprattutto il cambio che offre la musicalità di ogni singolo ingranaggio ogni qualvolta l'autista cambia marcia.
Bene, questo mezzo, nonostante tutte le nostre ironie sulle possibilità di giungere incolumi a destinazione, compie brillantemente il suo dovere e ci deposita alla nostra meta. Beh, non esattamente. Il dettaglio è che l'autista ci deposita a circa 2/3 km dalla nostra meta dicendo che prima si faceva una sosta di 20 minuti e poi ci avrebbe portato alla stazione per Campeche. "Meglio che prendiamo un taxi? - chiede allora Enrico – Ecco, meglio – risponde il tipo. E così frettolosamente traversiamo la nazionale per Cancun, agganciamo al volo un taxi, lo facciamo correre alla stazione, scendiamo rapidissimi e risaliamo facendo i biglietti al volo su un bellissimo e moderno pullman anche bagnodotato. Ci facciamo i complimenti per la velocità, la prontezza, la reattività, la sagacia e mettiamoci anche la fortuna, più o meno per tutti i 13 km che ci separano dal momento in cui il moderno ed apparentemente efficiente automezzo si blocca nella notte più scura che ci sia mai capitato di vedere. Adesso c'è l'autista che smessa la divisa, smartella e bestemmia nella sua canottiera di cotone, cercando di riportare il mezzo in condizione di avviarsi.

Campeche - 8 del mattino 11 febbraio
Come i più perspicaci intuiscono dal titolo, alla fine lo smartellatore folle ha riparato l'automezzo e così siamo potuti ripartire. Direi quindi che prima di aggiornarvi sulle nostre mete, questo ci dà l'estro per una veloce panoramica sul sistema locale dei trasporti. Sì, perché vale la pena di conoscerlo.
Si parte dal vertice della piramide dove si collocano i pullman di prima classe. L'equivalente dei nostri gran turismo: grandi, belli, efficienti, con un servizio su stardard occidentali (questo è il modo per dire che una cosa è efficiente quando sei in un paese del Sud). Ci sono un paio di compagnie, ma la concorrenza è fittizia: stessi prezzi, stesse corse, persino stessa biglietteria.
Si scende quindi ai pullman di seconda classe. Qui non mi soffermo in quanto il racconto dell'odissea di ieri offre sufficienti elementi.
Arrivano quindi i combi o speedy, come li chiamano da queste parti. Si tratta di pulmette che vanno da 11 a 15 posti e che offrono un servizio di trasporto molto locale, collegando, solitamente, due città vicine, oppure collegando ai luoghi di interesse turistico.
Poi c'è il carro. Il nome è appropriato. Si tratta di un van coperto, dove nel cassone posteriore sono collocate due panche laterali che consentono di accogliere fino a 6 persone. Lo prendono solo i locali, mentre i turisti lo rifuggono in quanto eccessivamente scomodo.
In ultimo vale la pena di evidenziare i taxi. Come mosche. Almeno la metà della popolazione maschile deve fare il taxista da queste parti, altrimenti non si spiegherebbe. Basta uscire dalla porta dell'ostello e non occorre nemmeno chiamarlo: ti suona e si ferma direttamente il tizio che stava passando in quell'istante. Poi dici che nel Sud le cose non sono efficienti.

Beh... qualche veloce dettaglio sul viaggio. Ieri mattina visita al sito di Palenque. Per Stefano, dobbiamo deluderlo dicendo che l'astronauta è in sostanza un rilievo sul sarcofago del re Giaguaro Serpente I (che ridete... si chiamava così) e che era collocato in una camera molto scura, quindi niente foto visibili (anche perché non si poteva usare il flash). Per il resto il posto è splendido. Bellissimo. Un sito completamente immerso nella giungla e che si compenetra perfettamente con l'ambiente circostante. Anzi l'architettura maya sembra per certi versi riprodurre le geometrie della foresta. Salire queste costruzioni ripidissime e vedere dall'alto lo spazio circostante, da un'idea di immersione e di elevazione al tempo stesso: magari era anche l'idea del costruttore che così istillava nel popolo il senso di discedenza divina del sovrano.
Non perdo troppo tempo su questo racconto (anche perché gli altri sono andati a colazione e anche io ho fame) in quanto le foto parlano molto meglio di qualunque parola.
Provo ad inserirle in un post specifico.
ciao neh

mercoledì 9 febbraio 2011

Palenque (ancora) - 9 febbraio 2011

Magari una puntata tanto ravvicinata non ve l'aspettavate. Ma c'è del tempo e il piacere di condividere le cose che si vedono e che si apprendono.
Anzitutto una confessione ai nostri tre lettori (piaciuta la citazione?) che riguarda il programma odierno: niente sito Maya - si va domani mattina - ma giornata dedicata alla natura. Siamo infatti andati a vedere le cascate di Misol Ha e Agua Azul. Partiti con il nostro solito combi (un pulmino da 11 fino a 15 posti che è il mezzo di trasporto che abbiamo sistematicamente usato in questi primi giorni) guidato da un autista baffuto e lanciato al massimo della velocità sostenibile sugli stretti tornanti di queste parti, abbiamo raggiunto Misol Ha. Bellissima. Passeggiata rapida. Poi tutti umidi per l'acquerugiola della cscata assorbita avvicinandoci, siamo risaliti sulla pulmetta ed avviati alla volta di Agua Azul. Ecco; finora l'ho tirata lunga perché volevo creare la giusta tensione prima di presentare questo posto. L'operazione magari non è riuscita, ma era per arrivare a dire, che se mai dovesse veramente esistere il paradiso - cosa che definirei quantomeno improbabile - beh, allora deve davvero somigliare a questo posto. Una cascata ampia ed azzurra (da cui i più avvertiti della lingua castigliana avranno capito che deriva il nome) che compie diversi salti, non alti, ma su un fronte largo e "spumoso", crea delle vasche naturali che incorniciate nella giungla proseguono per un percorso di circa un chilometro, ininterrotte. fa-vo-lo-sis-si-mo. a quel punto come si faceva a non farsi il bagno? acqua fredda ma accettabile, soprattutto considerato il sole cocente che picchiava dall'alto. Insomma questi i motivi per cui è stato rinviato di un giorno la visita al sito maya di palenque: ci sembravano buoni motivi.
Oggi direi due argomenti in indice. Il primo riguarda lo strano fenomeno delle città parallele. Mi spiego. Noi abitiamo in questo momento nel centro di Palenque. Banale, no? Hotel nel centro della cittadina, servizi, negozi, agenzie, etc. Invece quando siamo andati a fare il giro con la pulmetta questa mattina per raccogliere gli altri escursionisti ecco che scopriamo che esiste un mondo parallelo che si chiama hoteleria. Si tratta di una cittadina parallela che comincia dal best western della rotatoria con cui si accede alla città e che prosegue dietro di esso. Si tratta di una città un po' finta costituita da alberghi e resort e residence e hotel e lodge e cose simili che è costruita solamente per i turisti e che nella sua fighezza del tutto artificiale ripropone un modello che sembra uguale a quello di altri mille posti sparsi in giro per il mondo. Standard di servizio occidentali e prezzi altrettanto occidentali. Insomma un luogo dove puoi far finta di essere in un villaggio della costa azzurra, ma con il caldo ed il clima di questi luoghi. Saremo semplici, ma capire perché l'uomo funzioni in questo modo non è cosa troppo semplice.
E visto che siamo andati in un argomento anche velatamente politico, sembra giusto che in questa serata in cui ci prepariamo a lasciare il Chapas, celebriamo un attimo quello che abbiamo colto di questi luoghi e di questo popolo. Anche si tratta di poche cose, visto lo scarso tempo a disposizione. Abbiamo colto le moltissime scuole e presidi sanitari ed ospedalieri sparsi in ogni più piccolo villaggio che abbiamo incontrato. E già in tempi di Gelmini e di accorpamento dei presìdi dalle nostre parti, non ci sembrava poco. Abbiamo colto i molti centri culturali e il molto accogliente locale al centro di San Cristobal dove mentre si consumava una cena, si poteva leggere il giornale ufficiale zapatista e comprare prodotti dell'artigianato locale. Ma non dovete pensare ad uno di quei luoghi sfigati e tristi perché se non sei noioso non sei abbastanza rivoluzionario; il posto era davvero carino, tanto da attirare anche i tipi un po' più fighetti. Abbiamo colto le scritte per strada, dove in alcuni casi si dichiara che quel territorio è liberato e sotto il controllo del movimento zapatista. Abbiamo colto l'attenzione alla preservazione del bilinguismo che in questo caso significa la preservazione della lingua cho'l parlata dalla popolazione locale e che consiste in una modernizzazione della lingua tseltal. Se la vedete scritta magari potete immaginarla tipo la lingua basca: non perché gli somigli davvero, ma solo perché non è avvicinabile a niente di comprensibile proprio come quella. Abbiamo colto, magari, anche lo spiegamento di forse militari governative nelle loro divise blu scuro, armate fino ai denti e presenti sempre in gran forze. Abbiamo colto anche un po' della fierezza di questa gente, che sente di avere una sua identità e di volerla legittimamente tenere alta e valorizzata. Come lo si coglie? Da come parlano di sé stessi, della loro lingua, dei loro luoghi o dal modo in cui rendono visibile questa particolare situazione.
Essere fieri della propria identità nazionale è un tema interessante in questo momento, credo, dalle nostre parti.
Magari per oggi può anche bastare.

martedì 8 febbraio 2011

Palenque - 8 febbraio

Eccoci qui dunque. Ci eravamo lasciati qualche tempo fa in estremo oriente ed eccoci adesso invece in terra messicana. I primi appunti di viaggio vengono scritti dalla città di Palenque, dove domani mattina ci apprestiamo al nostro primo sito Maya. Abbiamo appena trovato rifugio all’Hotel Kashlan (dall’improbabile nome arabeggiante) dove abbiamo deciso di esagerare e ci siamo concessi una stanza a ben 6,30 euro a testa. Sì, perché ieri notte, a San Cristobal, abbiamo dormito per 4,5 euro in una carinissima posada molto caratteristica e colorata. Ecco direi che questo può essere uno degli argomenti di questo primo dispaccio: il costo della vita da queste parti. Sottotitolo: perché non lavorare sei mesi in Italia e poi trasferirsi in un luogo di questo tipo per gli altri sei mesi, senza fare una beata mazza.
Diciamo che si può consumare un pasto medio spendendo 6/7 euro, ma se il tarlo del risparmio vi corrode, beh allora potete riuscire a cibarvi dignitosamente con circa 3 euro. Sul dormire vi ho detto. Poi ci sono le infradito comprate oggi a 1,20 euro... molti altri gli esempi con i quali potrei annoiarvi, ma magari anche no. Il cameriere che ci ha servito a pranzo si è incuriosito per la nostra guida turistica (The Rough Guide); stentava un po’ a capacitarsi di come un simile oggetto potesse essere acquistato a 18 euro, l’equivalente di una sua settimana di lavoro. Il fatto è che strabuzzava gli occhi e chiedeva, con quel fare gentile, divertito e curioso che sembrano avere proprio tutti da queste parti. Accoglienti, curiosi, chiacchieroni, piacevoli: l’unico scorbutico lo abbiamo incontrato al controllo passaporti a Fiumicino; l’unica dichiaratamente infelice invece al check in Delta Airlines, una impiegata infelice di essere tornata in Italia e furiosamente alla ricerca di una occasione per tornarnese via. Difficile non avere l’impressione che qualcosa funzioni a casa nostra.
Qualche parola sui luoghi di oggi. San Cristobal: muy linda. Quella cittadina messicana che ti aspetti ma che temi esista solo nei film. Vie colorate, case basse, atmosfera vivace, musica e mercatini. Alquanto turistica, bisogna ammetterlo, ma non ancora di quel turismo dell grandi masse, quindi abbastanza preservata e valorizzata al tempo stesso. Si tratta della capitale culturale del Chapas e la rivoluzione zapatista si sente, si sente molto. Se ne respira l’aria, se ne leggono le scritte, se ne scorgono i documenti, se ne coglie il folclore. Credo un posto veramente da consigliare: pensateci.
Direi che per oggi può bastare.
Alla prossima puntata.
Ah, dimenticavo... qui si gira in maniche corte e partendo dall'Italia a 4 gradi, non è una pessima sensazione.